Non voglio spacciarmi per grande conoscitore di questo gioco, vita, MAX Machine e miracoli (necessari per terminare i sei livelli avvicinandosi il più possibile al massimo punteggio fisicamente ipotizzabile, che secondo i calcoli degli esperti dovrebbe gravitare mi pare intorno ai 350.000 punti): il campione del mondo è sicuramente lui. Già il fatto che non sia stato semplicissimo, almeno per un italiano, individuare il nome stesso del videogame (tuttora è Ski per Gamebase64) rende singolare questa esperienza, che merita di essere giocata, vissuta e approfondita. Fatelo, utilizzando i collegamenti ipertestuali appena forniti. Quello che posso dire di Slalom, clone “al contrario” di Alpine Ski della Taito, è che fondamentalmente si tratta di un gioco fatto di chiazze. Verdi, nere, rosse, blu. Poche chiazze, in sostanza. Che si incontrano ritmicamente quasi per caso su questo magico fondale bianco accecante e danno vita, incredibilmente, a qualcosa. Un po’ di tempo fa sono andato a vedere la mostra di Hokusai (e seguaci) all’Ara Pacis. Splendida (ovviamente). Andateci, se c’è ancora. Pare che Van Gogh invidiasse molto lo stile di quei maestri giapponesi, la loro semplicità, il riuscire a esprimere così tanto con così poco. Il parallelismo è un po’ azzardato, mi rendo conto, ma in Slalom si percepisce quell’atavica e nipponica maestria in grado di portare quei sapienti artigiani degli arcade a generare dei mirabili ecosistemi basati su pochi, sparuti elementi, combinati e bilanciati tra loro con chirurgica precisione. Eppure la narrazione di Slalom come titolo tutto orientato, quasi per scelta dei suoi ignoti autori, anche filosoficamente, alla partita perfetta viene in apparenza smentita dalla famigerata, eterna pausa tra un livello e l’altro “necessaria” a contabilizzare il punteggio. Va bene il testing frettoloso (dovuto all’esigenza di dotare velocemente il MAX Machine, ma volendo anche lo stesso C64, di una valida collezione di titoli) che avrebbe portato gli sviluppatori a sottovalutare brutalmente le potenzialità olimpioniche dei giovani acquirenti, va bene l’effetto supermoviola facilitante della versione PAL, ma forse tutto ciò non basta e chi ha realizzato il gioco è stato un po’ meno sagace di come me lo sto rappresentando. Non sono ancora così bravo a giocarci, forse davvero abile non lo diventerò mai, ma, come in molte attività nella vita, sospetto che il segreto stia nell’anticipare, nel non soffermarsi sull’effimero momento di gloria beandosi del passaggio difficile brillantemente eseguito, bensì nello spostare immediatamente l’attenzione, bulbi oculari e bagagli, sulla mossa successiva, ben più ardita e impegnativa.

Slalom è, ovviamente, un gioco di sci, ma non si tratta di un banale e disperato tentativo di trasposizione per sistema casalingo dello sport in questione: dovrei forse andare a dare una controllatina, ma così su due piedi non ricordo Alberto Tomba impegnato a evitare di sfracellarsi di continuo addosso a massi e alberi (dubito sarebbe legale), o intento a schivare malefici conigli e a inanellare bonus. Slalom insomma era il frutto di quella tendenza in quegli anni imperante (si pensi a Frogger e alla rana che poverina doveva smazzarsi tutto quell’andirivieni su e giù per lo schermo, irto di pericoli, o a Mikie, con l’assurda distribuzione dei cosciotti di pollo, o quello che erano, a professori e bidelli per tenerli impegnati) ad “arcadizzare” buffamente la realtà e le sue situazioni. A rivestire le insulse e bigie incombenze della vita vera con quell’adorabile patina di variopinta ironia e di irresistibile leggerezza. Slalom, come tutti i grandi arcade più remoti, è fatto di idiosincrasie (vediamo se posso infilarmi in questo passaggio, sembra quasi esserci lo spaz… ah, ok, scusate). Di piccole cose, quasi impercettibili e insignificanti al nudo occhio del giocatore moderno ma, un po’ come Bonucci al Milan, in grado di spostare silenziosamente equilibri, per esempio il fatto che lo sciatore pazzo (perché ad accettare simili prove tanto bene non si deve stare) andando avanti diventi sempre meno controllabile. E sempre un po’ più pazzo.

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