Non so se anche voi avete nella testa voci che vi ordinano cose. Le mie sono anni che continuano, chissà perché, a ripetermi, infaticabilmente: «Quando ti metterai sul serio a parlare dei vecchi giochini, con piglio sistematico, devi cominciare da Star Soldier (della Quicksilva). Da Star Soldier. Da Star Soldier». Neanche male come discorsetto per delle poco erudite voci che in vita loro non hanno mai visto altro che l’interno del cranio. Oggi è quindi il grande giorno, e (ri)realizzo pure che è un titolo di – rullo di tamburi – KH (con la complicità di Tony Reihana). Su KH (lo chiamerò così) si potrebbero scrivere trattati, ma ora non mi pare il caso, anche perché altrimenti Star Soldier io non me lo leverò mai di torno, potrei morire con questo incubo. Se proprio ci tenete, guglate pure, magari qualcosa esce (e intuirete perché, considerando che probabilmente di costui scriverò ancora, metto solo le iniziali: capace che sennò, nonostante le pur ampie distanze che purtroppo ci separano, me lo ritrovo sotto casa). La cifra stilistica di KH, in breve, è data da una certa sua ossessiva prolificità, unita a quell’approccio strambo e un po’ (molto) naïf, oltre a una qualità generale solitamente ehm. Oh, Coso, io ti voglio pure bene, Ollo ci ho giocato parecchio e Black Knight dopotutto trovo abbia un suo perché. Tra l’altro quest’ultimo ha in comune con Star Soldier l’eccentricità dello scorrimento verso sinistra (e, nel titolo qui in esame, andarci senza tornare indietro pare pure pagare abbastanza come tattica: per me KH aveva un joystick scassato che non gli andava a destra e fare giochi così gli permetteva di usarlo, ogni tanto)(perché io ce lo vedo a mettersi lì tutto esaltato a tormentare le sue stesse, malfatte creature, beandosi di ogni successo).

La recensione col voto più alto finora conosciuta stranamente è quella di Computer Gamer, rivista pubblicata dalla Argus Press, che in pratica era anche il publisher del gioco, visto che Quicksilva faceva parte da tempo della sua scuderia. Uno scandaloso 90/100 da schiattare dal ridere (prende il concept di Commando e lo spinge ai suoi estremi limiti, ahahah, o qualcosa del genere, ho chiuso il PDF). E c’è pure chi ancora si lamenta del conflitto di interessi di Zzap! con la Thalamus (che almeno sfornava giochi oggettivamente quasi tutti assai bellocci). Attenzione perché anche la valutazione di Popular Computing Weekly non era male, ma quel numero non è al momento presente su archive punto org. Su YouTube il video più prolisso ora attivo è italiano, e nei molti commenti Star Soldier viene trattato alla stregua di un classicone, lol. Girovagando nella rete non sono gli unici pareri positivi, a dire il vero. Notare che il popolino spesso non sembri essere affatto in grado di compiere un’operazione apparentemente banale come distinguere ciò che è ben fatto dalla palese rumenta è qualcosa che mi affligge, incupendo i miei tristi pomeriggi. Per carità, io sono l’imperatore della monnezza guilty pleasure, ma una qualche pezza d’appoggio ai miei strambi gusti “proibiti” riesco a trovarla. Negli impresentabili che mi coccolo s’intravede un’anima, qualcosa. Qua il gioco ancora non c’è, ci sono delle macchie, inspiegabili, che non ho neppure l’ardire di scrinsciottare per le masse. Semplicemente bastano pochi istanti a capire che Zzap!64 l’aveva fotografato perfettamente (non che fosse operazione complicata). Sulla stessa linea Commodore User (vabbè), ma il recensore conclude dicendo che se fosse stato pubblicato due anni prima sarebbe potuto essere, chissà, un titolone. Not in my fucking name.

Comunque capisco che all’epoca potesse affascinare qualcuno l’idea di un Commando con una spruzzata di modernità data dalla in realtà risibile parte “gestionale” annessa (il «front-end», come giustamente viene definito con ribrezzo da un JR impegnato in quello che era l’antesignano dei moderni facepalm). Ma se poi una volta in campo tocca vedere chiazze informi che arrancano moviolisticamente inseguite da scandalosi proiettili, beh. Capiamoci, anch’io mi rendo conto delle difficoltà, delle amare ristrettezze di quell’era. Se il tuo sogno bagnato era Commando, ma agghindato, ma nello spazio – ma che cacchio di fantasie avevate? –, quello schizzo, quell’1% del progetto finale che, col microscopio, s’intravedeva magari (con tanta fantasia, quella mi permetteva di considerare Emilio Butragueño ¡Fútbol! perché gli altri giochi di calcio esistenti li conoscevo come le mie narici) era sufficiente a.

Come dice Adam Bender 79, i titoli del C64 regalavano una solida certezza: se il gioco era ‘na roba deprimente, almeno la musica meritava. Beh, in questo caso il discorso non è proprio valido, a essere onesti, ma il frenetico e semplicistico motivetto dello schermo di selezione delle robe infligge sempre meno dolore del resto. Non credo esistano al momento longplay o siti che spoilerino il finale, e il motivo è semplice: alla prova dei fatti, nessuno in trentatré anni trentatré è stato in grado di pupparsi tutti quei pianeti quasi identici tra di loro, nemmeno imbrogliando. Senza morire di noia.