The Detective Game di Sam Manthorpe | 1986 | Argus Press Software | C64 | remake per Nintendo DS

Un adolescente del 1987 dà in pasto al suo fido home computer una cassetta della serie Top Playgames, quelle con i giochini piratati venduti alla luce del sole in tutte le salse e le edicole. Comincia a caricare, annoiato, la solita rassegna selvaggia di titoli tutti uguali, l’astronavina sperduta in un mondo di astronavine The Detective Gamemalvagie che però in cinquemila miliardi contro una, chissà perché, non riescono, forse allenate da Benitez; l’ingenuo pupazzetto a forma di fragola con le gambette e il cazzo adunco che salta disperatamente su piattaforme in disuso senza motivi convincenti; lo sportivo multievento mutilato, ridotto a un solo, improbabile evento dall’ingordigia del pirata.

Quando all’improvviso, fulgido, inaspettato quasi quanto una frase intelligente sulla bocca dell’allora Brigitta Boccoli sorella della più porca Benedicta, balza fuori LUI. Il gioco di investigazione più siNpaticissimo che ci sia, l’avventura grafica, si potrebbe dire, se solo il termine all’epoca fosse stato conosciuto e approvato dall’associazione approvatori definizioni del cazzo italiani. Non è possibile descrivere lo stupore, misto a livelli di alienazione abnormi, provato da quell’adolescente implume e ormai dimentico dei suoi doveri scolastico-alimentari.

L’incredulità, la felicità, il furore agonistico nel condurre quell’ispettore un po’ deforme, stivato nel suo impermeabile bianco da maniaco sessuale, lungo i confortevoli corridoi tappezzati di passaggi segreti, con quelle loro mattonelle in cotto artigianale fatto a manina santa; per inchiodare alle sue responsabilità l’assassino di Angus McFungus, mitologico proprietario della villa svanito nel nulla. Esplorare le stanze, frugare i cassetti alla ricerca di armi del delitto, o più probabilmente di sano gossip, bestemmiare l’interfaccia, stalkerare i personaggioni altrettanto deformi che per un po’ ci fanno compagnia in quella grande, tragica avventura grafico-olfattiva che è poi la vita.

Interrogarli sull’universo e le quotazioni dell’eroina sui mercati internazionali, cercare qualcosa nel mare di cazzate profuse dal Professor (Red) Bull, dal baffuto maggiore in pensione, dall’evasivo e impomatato maggiordomo che si imbosca con la cuoca, e dagli altri psichedelici, poco rassicuranti e invasatissimi ospiti.

Fuori la pioggia, fitta, infinita, tipica della Londra del 1974. I lampi i tuoni, dalle finestre. Le saette. La notte buia, solo squarciata, ingoiata da un unico, grandissimo urlo (spoiler). L’ispettore Snide (Scott, per i pirati nostrani) di Scotland Yard si precipita trotterellando nell’ingresso, ma è troppo tardi. Il jingle è funebre, la scena raccapricciante. Assenti Studio Aperto e le frasi di circostanza (siamo solo in un gioco per Commodore 64, dopotutto). Cynthia, la figlia deficiente del maggiore in pensione, purtroppo non ce l’ha fatta a sopravvivere a quel monumentale pianoforte a coda piovutole sul cranio senza un perché. Ed è solo l’inizio.