L’enigma di Master Lu, pur avendolo finito e pur riconoscendo che si trattava di un titolo di un certo rilievo per il genere, con riferimenti pseudocolti o comunque ricercati – che ne sappiamo noi italiani di Robert Ripley e del suo Believe It or Not!, eppure ricordo quest’avventura largamente pubblicizzata sulle riviste nostrane, forse perché era tradotta, operazione non banale vista la mole di dialoghi presenti, e che magari contribuì a farlo approdare con un certo ritardo sul nostro mercato –, mi è sempre sembrato un po’ un pastrocchio col suo mescolare i fondali disegnati e poi renderizzati alla prestazione filmata di attori in carne e ossa, con tanto di zoom enfatici effettuati di tanto in tanto sui volti (ma all’epoca ci si trastullava con queste soluzioni creative, col senno di poi piuttosto raccapriccianti, checché ne dicano gli entusiasti che “Oooooh, scelta geniale in nome del realismo”, anche perché la bassa risoluzione non ha certo agevolato il buon invecchiamento). Eppure L’enigma di Master Lu ambisce a essere un titolo di classe, lo si vede dalla varietà stilistica degli enigmi propinati, logica sottile, parti “pseudoarcade”, pixel hunting, hot spot (purtroppo) a strafottere; e poi c’è tutto uno studio dietro la storia di questo avventuriero realmente esistito che se ne va in giro per il mondo, esprimendosi arrogantemente in vari idiomi, conciato in modo buffo alla ricerca di oggetti bizzarri da sfoggiare nel suo museo, una cura dei particolari nell’allestimento di quelle che una volta, ma forse pure oggi, venivano chiamate in gergo “locazioni” (si vede che nell’ambiente c’era poca gente iscritta a Giurisprudenza); c’è uno sforzo per rendere vivi i posti con i piccioni che piccionano, i mercanti che mercanteggiano, le persone sagge che spandono indubitabile saggezza tutt’intorno, e il sonoro ambientale fa la sua porca figura con discrezione, voci degli attori azzeccate, profonde, ironiche, mature ed espressive, almeno nella versione originale, ma mi pare pure in quella nostra, dopotutto.

L’inizio è da manuale di sceneggiatura delle avventure scolastiche, si entra immediatamente nel vivo: Robert e una tipa, dopo un po’ di convenevoli, si accingono a penetrare nell’Odditorium ma c’è qualcosa di strano, qualcosa che non va; subito scoprono che manca il cobra e in una stanza c’è un tizio orientale con una candela accesa sulla capoccia pelata e il serpentone che sta per accopparlo; “Robert, fai qualcosa!” è la prevedibile e poco boldriniana battuta della tipa, e Robert senza scomporsi, nonostante l’ossessività della musichetta martellante e la soporifera frase appena udita che avrebbe spinto Bear Grylls a una vita di clausura e al veganesimo, ripristina sicuro la legalità in poche, semplici mosse. La Sanctuary Woods Multimedia credeva genuinamente nelle possibilità del CD-ROM di educare le masse portando un intrattenimento di un certo livello all’interno delle famiglie, ma la sua ambizione la costrinse ben presto a chiudere i battenti, sopraffatta da un pubblico probabilmente al famelico e perenne inseguimento di un divertimento più spettacolarizzato e caciarone e meno arzigogolatamente, quasi innaturalmente ricercato e compassato (una brillante evoluzione di quanto proposto da La Settimana Enigmistica, diciamo). Insomma, che il protagonista fosse un tipo “alla Indiana Jones” le orde di fan dell’archeologo con la frusta probabilmente nemmeno lo notarono, lasciando il gioco a marcire sugli scaffali. Poi non è che mi sia piaciuto così tanto, ma per me, si sa, quello delle avventure grafiche punta e clicca è un genere bacato per sua natura, riesco ovviamente a essere più tollerante in presenza di opere che stuzzichino sapientemente la mia fantasia, ma già se l’immaginario sottostante è a base di farloccate orientali mistico-filosofeggianti e Harrison Ford, beh…