Looney Toons e discendenti, alla maniera credo di molti miei coetanei connazionali, li ho vissuti come “Ah, vabbè, oltre ai miei amati e meravigliosi paperi Disney nel mondo ci sono anche questi altri cartoni con gli animali buffi, conigli, uccelli, maiali, contadini tozzi e ignoranti, frullati tra loro, non male, ma non si capisce bene perché si agitino tanto e cosa vogliano dalla vita, boh, ora fammi tornare a leggere di Zio Paperone che si tuffa nel denaro declamando frasi contenenti vocaboli aulici grassettati a casaccio e inevitabilmente terminanti con dei punti esclamativi”. Con Tiny Toon Adventures: ACME All-Stars invece è stato amore a prima vista, sarà che prediligo i giochi di questo genere strani, con le loro balzane (ma in questo caso neanche più di tanto, dai) regole capaci di portare una ventata di novità alla quotidiana esperienza “sportiva” fatta di juventini e antijuventini che flammano allo sfinimento sulla salubrità delle gomitate di Chiellini. Sarà che stavo esaminando certosinamente il parco titoli Mega Drive fatto principalmente di ariosi e colorati platform alla Sonic e altrettanto profumati spara e fuggi, con differenze non proprio sconvolgenti tra un gioco e l’altro, per cui questo rappresentava qualcosa di diverso, quasi esotico. Tiny Toon Adventures: Wacky Sports Challenge su Super NES, simile nelle dinamiche e nelle musiche, chissà perché non l’ho mai provato (grave mancanza).

ACME All-Stars è un gioco semplice e spensierato, per questo il paio di recensioni postume viste in giro lo sminuiscono – grave colpa quella di non prendersi seriamente e di non essere PES o NBA 2K17, al giorno d’oggi, di non voler nemmeno esserlo – ma in realtà l’esperienza è travolgente, non importano i difetti (capirai, voglio vedere in quale gioco sportivo dell’epoca i compagni erano delle cime). Si tratta di uno di quei videogame che è impossibile mollare, senza che quasi se ne sappiano indicare precisamente i motivi, e questo è indubbiamente indice di grande sapienza e saggezza da parte di chi ha meritevolmente contribuito a generarli. Senza le musichette, ben orchestrate, quasi circensi, perfettamente aderenti all’azione di gioco è chiaro che non sarebbe la stessa cosa, così come se dovessimo fare a meno della demenzialità graficamente sprigionata dai personaggi, verdi paperi delusi per le craniate immeritatamente rimediate dalla vita, lupetti dalla tecnica calcettistica mediocre perennemente in affanno e costretti a inseguire, gente che implume si dispera e viene presto dimenticata dalla regia mentre l’azione forsennata va avanti, coniglietti tanto teneri e batuffolosi quanto teatralmente convintissimi nella loro improbabile rincorsa al goal o al canestro in grado di tenere in vita la nostra speranza di mandare avanti la storia (chi se ne frega dell’altra modalità). Nel campo di gioco è un trambusto continuo, un susseguirsi di ingenuità ed espressioni attonite e smarrite, un inferno di piccoli espedienti e basse scorrettezze, com’è giusto che sia. È tutto frastornante, spettinato e bellissimo.