Top Banana nacque originariamente per Acorn Archimedes nel ’91 e fu pubblicato pure in qualche maniera, con l’aggiunta di qualche cazzabubbola, sull’indimenticato CDTV (e già qui). Top Banana era fortemente, dichiaratamente psichedelico e ultravivace, quindi non mancò di affascinarmi col suo anticonformismo un po’ barbone (incredibile che, dopo due lustri di blog, ancora non ci abbia scritto un post, o forse sì, un giorno mi metterò a spulciare negli archivi e mi renderò probabilmente e tristemente conto che ad alcuni argomenti nel corso degli anni ho dedicato sei o sette articoli ciascuno, minimo, ovviamente dicendo sempre le stesse cose, come i reduci del Quindicidiciotto). Top Banana attirava anche perché, nonostante le votazioni solitamente non eccelse sulle riviste, rappresentava un po’ una boccata d’aria fresca in un panorama di titoli tutti simili che facevano a gara a chi ce l’aveva più grosso (lo sprite del protagonista), o a chi sfoggiava la presentazione stipata sul maggior numero di dischetti, senza dimenticare l’overscan strafluidissimo con millemila colori e il parallasse col record mondiale di strati, insomma l’aspetto tecnico quantitativo prima di tutto, il gioco in se stesso poi si vede, si prende quello che va per la maggiore e si cambia qualcosa.

Purtroppo l’originalità era soprattutto di facciata, l’ecologismo (confezione di cartone riciclabile, ecc.) strombazzato ma inconsistente, alla fine si trattava di un clonazzo di Rainbow Islands un po’ legnoso ma non troppo riverniciato di stranezza matta e disperatissima. Alla fine abbiamo questa ragazza (?), o più che altro il suo capoccione, che sale, sale, sempre più in alto, Grappa Bocchino sigillo nero, consegnando cuoricioni variopinti alle creature disegnate a casaccio che popolano come da copione le piattaforme. Il suo impatto con i ciambelloni e con le altre leccornie che precipitano dall’alto genera insani muggiti campionati. Man mano che sale, i fondali diventano sempre più confusi, indistinti e abbacinati, a metà strada tra Mondrian, Pollock e il fruttivendolo pachistano all’angolo, nel tripudio di un’illuminazione cangiante da discoteca. La difficoltà principale a un certo punto consiste nell’individuare le stesse vitali, ma inaffidabili, piattaforme alle quali appigliarsi per poter sperare di continuare a sopravvivere, ancora per qualche istante. Insomma, Top Banana prende a pretesto il canovaccio Rainbow Islands, ti fa credere per un po’ che gli interessi qualcosa svilupparlo, sia pure a modo suo, e poi ci scagazza sopra, senza un vero perché.