Sto per disinstallarlo e ora spiego il perché. Ultimate Tennis promette bene concedendo l’allettante possibilità di controllare pasticciando con entrambe le mani sullo schermo del telefonino. I menu sono immediatamente un tripudio di monetine, stelline, iconcine, sliding door, possibilità, vucumprà, esaltato da una musica dinamica e aggressiva (e già dimenticata) che piace ai giovani. Il mio gioco ideale non ti immetterebbe certo subito dentro un casino del genere ma l’errepigizzazione imperante nella società pretende ciò. Nei commenti su Play Store la gente si scaglia contro la taccagneria dei “signori della 9M”, che hanno indissolubilmente legato sempre più il potenziamento dei personaggi e tutto all’acquisto (con denaro reale) della paccottaglia, rovinando quel rapporto sincero che si era inizialmente creato con l’applicazione. Senza dubbio si tratta di un costume esecrabile, che snatura e avvilisce il videogioco. Il tennis è uno sport che sembra pensato apposta per gli smartphone (ma non solo, si pensi a Pong, Higinbotham… insomma, ce lo portiamo sempre appresso, le sue dinamiche segnano le tappe fondamentali e ogni nuova ripartenza tecnologica). Eppure qualcosa non funziona. La varietà dei colpi a disposizione è indiscutibile, ma all’atto pratico i controlli sembrano ostacolare la concreta attuazione di ciò che si ha in mente. Che poi nel tennis è tutto. L’accuratezza immediata. La precisione nei dettagli. La costruzione ineffabile del colpo. La differenza tra vivere e morire. Forse è proprio il touch in sé come sistema a essere definitivamente inadatto. È sempre un affannoso “oddio, vorrei mettere la palla lì in questo modo qui, come faceva Barazzutti contro Connors agli Open del ’77, ma non c’è tempo, Alesa pare non rispondere con adeguata solerzia, vabbè, accontentiamoci di rispedirla in qualche modo nell’altra parte del campo, magari al prossimo giro mi dà il supershot, o l’avversario fa un’altra cappellata delle sue”. Alesa perché ovviamente mi sono affidato al personaggio meno truzzo tra quelli a disposizione, anche se quegli occhioni manga persi nel vuoto innestati su un corpo da atleta occidentale ben scolpito non è che convincano così tanto. A proposito, un recensore inglese depreca l’aperto sessismo (?) dell’applicazione. Ma allora bisognerebbe condannare anche il tennis femminile vero, i suoi upskirt, i suoi gemiti, indecenti. Impressiona la scioltezza e la naturalezza dei movimenti degli atleti in rapporto alla rappresentazione degli spettatori, ancora fatti orgogliosamente di puro cartonato antico.