Categoria Musica

Il secondo album è sempre il più difficile

Digable Planets

È questa la poco originale storia dei Digable Planets, talentuosa formazione anni 90 maestra nel fondere (acid) jazz e hip hop probabilmente in uno dei più fluidi, organici e naturali dei modi possibili, facendo fruttare la lezione di istituzioni dell'”underground rap” quali A Tribe Called Quest, Gang Starr e The Roots. L’album di esordio Reachin’ (A New Refutation of Time and Space), nel quale saccheggiavano a mani basse Art Blakey, Herbie Hancock, Kool & the Gang e tanta altra stupenda gente, fu lanciato in

Lo ricorderò per sempre con il casso in mano sulla copertina di Playgirl (cit. TKAlex)

Peter Steele

Sette dischi, quarantotto anni, cinquantanove tentativi di suicidio. Fisico bestiale, espressione perennemente accigliata, voce e posture sensuali tipo macellaio da competizione beccato ai test antidoping. Un glorioso passato da operatore ecologico che gli ha fruttato un legame indissolubile con il verde fosforescente. Quei testi un po’ così, sempre in bilico tra il qualunquismo, lo stronzismo e lo scazzo cosmico più pessimisteggiante. Una morte oscurata da quella contemporanea dell’altro raffinato umorista con

Assoli proletari

Eddie Hazel

Lontano 1971 scolpito nella leggenda, la protesta selvaggia è alle spalle, ma l’hard rock psichedelico ha il dovere di continuare a lamentarsi incessantemente del sistema malvagio, musicalmente incarnato dalla reazionaria forma canzone. Giorgione Clinton, prozio del più famoso Bill, dopo aver fondato gruppi su gruppi, agguanta la mano sottovalutata di Eddie Hazel (uno dei più quotati e segretamente rimpianti violentatori di pedali wah-wah) e gli dice, orsù, mettiti una scopa nel culo e suona come se

Il rock è sepolto, e anche il grunge non si sente tanto bene

Kerbdog

Ho sempre reputato inumano che le rockstar siano obbligate per contratto a morire tra aspri duoli o ad abbandonare trentenni (manco fossero campioni di atletica leggera con la data di scadenza ben impressa sul lato b) il mondo tutto frizzi e cazzi degli Mtv awards per chiedere asilo politico da latitanti a qualche oscuro circolo bocciofilo. A travestirsi con barbe finte da montanaro, tipo l’ultimo Sting, e dire addio alle virili chitarre e agli effetti del mestiere per dedicarsi esclusivamente alla loro nuova, fiammante passione: suonare il

Auf Wiedersehen, Simon

Au Revoir Simone sul divano

Tre fanciulle acqua, sapone e nutella incontratesi su un treno un dì, di martedì. Tre tastiere d’annata, armonie corali e una drum machine per un sound atmosferico distante mille miglia tanto da eiaculazioni similclassiche quanto dal baccano rocchenrolle che ormai ci affligge. Degli Stereolab inevitabilmente dekrautizzati resi ancora più ripetitivi, inoffensivi e cinematografici dalle avversità della vita (il monicker Au Revoir Simone deriva da una frase presente in Pee-wee’s Big Adventure di Tim Burton

Metallari, brava ggente

Padre Metallo

Nonostante i miei attuali e umorali gusti propendano recisamente per il funky jazz, il folk ellenico e la musica worldiscoindiemomazurka souloungefreelectropop wavepunkinglese, “quand’ero più giuovine” ho avuto i bei miei precedenti penali da metallaro, che non rinnegherei nemmeno se minacciassero di spararmi nelle trombe di Eustachio a palla tutta la discografia di Bbburzum per l’eternità. Sguardo truce, chioma fluente (che avevo già da prima ma babbè), maglietta da metallaro (una, avuta in regalo). E poi

Autobannaggio infinito senza pietà

Kraftwerk

I Kraftwerk, non lo scopre certo il mio costumista, sono uno dei gruppi più incredibilmente geniali e decisivi mai partoriti. Non solo sono stati a dir poco insostituibili per lo sdoganamento della musica elettronica, un tempo rinchiusa nelle accademie. Ma senza di loro perfino baldi musicisti come i Platters, Michael Jackson e Anna Tatangelo avrebbero probabilmente battuto ben altre tangenziali. Il loro messaggio, recentemente appena riverniciato da una patina cupa e asfissiante, è stato capace di attraversare indenne intere ere

Ottomilacentostronzesimi su iTunes, primi nel mio lettore

Cut Copy

(E in Cangurolandia). Il gruppo che amo. In questo momento. Decisamente, i Cut Copy. Dan Whitford, professione aiutoimbianchino, graficosodomizzato, apprendistasalumiere diggièi. Dopo un periodo relativamente lungo di addestramento. Reclutò i suoi due adepti, australiani ambedue. (Mai capito il senso di questa nazione, tanto grande, tanto sola soletta sulle carte geografiche, io lascerei democraticamente decidere agli aborigeni o ai masupiali le sue sorti ma vabbè). All’inizio degli anni 2000

Mollati, evacuati, rottamati

Mind Funk

I Mindfunk (in origine Mindfuck, ma quei binettini della Sony/Epic li costrinsero a cambiare nome, terrorizzati dal possibile, devastante impatto della parolaccia sulla psiche delle massaie indifese) sono uno dei gruppazzi più sottovalutati espulsi dai primi anni 90. Costoro hanno assorbito nel corso delle varie formazioni che si sono susseguite (una diversa a ogni disco) gente che per un attimo è stata chiamata a far brillare i cessi di band rinomate quali M.O.D, Celtic Frost, Ministry, Soundgarden. E

Veryveryveryveryvery obscure pieces

Funky hair

Ok, è appurato: agli italiani la musica funk(y) proprio non va giù. Un’esterofilia stereotipata a senso unico, genuflessa solo in direzione di certe mode e modelli (santoni del classic rock, fattoni del circuito alternative, puttane del pop mainstream più platinato, profeti new wave nemici della fame nel mondo ma amicissimi del proprio, non esattamente terzomondista, conto in banca). E, sul fronte interno, troppi cantautori comunisti (ndSilvio) seriosi e dalle pretese intellettualoideggianti, più attenti ai

Intervista a TKAlex

Tizia goduriosa

Fin da piccolo, mi è sempre piaciuto intervistare ggente di tutti i tipi, i colori, le estrazioni sociali, mettendo a rischio in alcuni casi la mia incolumità. Il motivo? Boh, ma sostanzialmente penso che, nonostante ciò che si dice in giro, l’umanità abbia un sacco di robe interessanti da raccontare. Ora che ho a mia disposizione addirittura un intero blogghe, mi sono detto: perché non riprendere a coltivare questa insana abitudine? L’onere della prima intervista spetta nientepopodimeno che a uno dei più promettenti musicisti

Velopenduli sottratti alla pornicultura

Lollipop

Artura, Agilulfa, Ermenegilda, Crocifissa e Maria Stronza (non ho voglia di cercare i nomi veri) furono le vincitrici di Pop Star nel 2001, una delle trasmissioni più loffie, diseducative e dimenticabili di tutti i templi. Ciò conferì alle suddette poveracce l’insano diritto di avere fior fior di produttoroni, visagisti, titillatori di capezzoli e ghost writer palestratissimi ai loro piedi. Allo scopo di adagiare sugli scaffali l’ennesimo compact disco del quale le tredicenni di tutto il globo sentivano fortemente il bisogno (un po’ come

Il rock è

Rock

Pipistrelli decapitati senza giusto processo. Cantanti che si amputano il cazzo in realtà assai piccino sul palco senza anestesia, lo affettano con cura certosina e se ne nutrono mandando le groupies in delirio (non si capisce di cosa dovrebbero essere contente, a pensarci pene). Pseudoassoli di due note due composti col suddetto fallo sul cesso cinque minuti prima di andare in sala d’incisione (non sia mai che riflettendoci sopra qualche secondo in più venga meno la spontaneità) e ripetuti fino allo sfinimento.

sometimes you look so small look so small look so

Massive Attack

Siamo verso la metà di quegli abulici e iperproduttivi (discograficamente parlando) anni 90. Il grunge è appena morto stecchito, soppresso a fucilate da Kurt Cobain. Qualcosa di impertinente si sta agitando nella scena musicale britannica e non solo. Qualcosa di velatamente (ma neanche tanto) opprimente, elegante, decadente. Il mio coinquilino chic è chirurgicamente barricato nella sua stanzetta, circondato da saggi alieni incomprensibili più grandi di lui, e dai costosissimi e originalissimi ciddì dei vari Tricky, Portishead

Si celebra Battisti, ok, ma quello più cubista troll geniale e anche un po’ anale?

Lucio Battisti

Ivan Graziani: “È molto difficile rinunciare a un certo modulo vincente per poi andare a vedere che cosa diavolo potrebbe succedere se si agisse in tutt’altro modo. Soprattutto essendo consapevoli di quello che si sta facendo. E Lucio lo era”. Benché Battisti sia stato un artista estremamente popolare nel nostro Paese, il periodo finale della sua carriera, quello segnato dalla collaborazione con Pasquale Panella, è oscuro a molti. Non è difficile capire il perché: in spiaggia è più facile canticchiare le bionde

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