Altro post scritto secoli fa e lasciato nelle bozze a stagionare. Si tratta di una sorta di atroce esperimento sulla memoria e sui meandri del cervello umano che ho deciso di infliggere a me stesso. Smallville fu forse la prima serie TV “di quelle nuove, nel senso di diverse da Happy Days e cose così, insomma avete capito” che presi a guardare consapevolmente, per questo ho deciso d’un tratto di riesumarla. Ovviamente iniziando daccapo perché mi affascinava comprendere se davvero rimembrassi così poco (a parte una vaga infarinatura generale), o se pian piano qualche ricordo sarebbe riaffiorato. Masochismo, più che nostalgismo, insomma. Devo ammettere che mi aspettavo (il) peggio. Chiaramente non è che sia chissà quale serie di raffinata qualità, e la struttura – iniziale, almeno – alla monster o villain of the week com’è ovvio non aiuta molto, così come la mancanza quasi totale della più basilare (auto)ironia. Il pilot sarà già almeno la terza volta che lo vedo, quindi nell’ottica del “gioco” del quale parlavo sopra non vale. Nella mia mente era un mezzo capolavoro se paragonato al resto (se non altro perché sono riusciti a cacciarci dentro, senza farlo pesare, un sacco di cose, di situazioni e di dialoghi importanti tra personaggi, e ci scappa perfino lo squilibrato of the week). Come sapete (?) sono molto scettico nei confronti delle serie così smaccatamente “standardizzate”, nelle quali a un tal punto sai che ci sarà una certa musichetta per enfatizzare un certo momento o passaggio della trama, musichetta che più o meno suonerà proprio in quell’inevitabile e un po’ farlocco modo lì, i personaggi risponderanno obbligatoriamente a determinati stereotipi rassicuranti (pur nel loro essere magari in teoria malvagissimi) e che non richiedono allo spettatore grossi sforzi cerebrali per venire inquadrati, ecc. Insomma, produzioni molto perfettine (a partire dal sorriso Durban’s accecante del plasticoso protagonista) e chiaramente troppo “sui binari”. Più che Superman il punto di riferimento pare, com’è noto, Dawson’s Creek, ma guardiamo quello che c’è di positivo. La storia, di base, non è potenzialmente priva di spunti, con i genitori costantemente impegnati a salvaguardare l’alieno (che non può vedere nemmeno il nonno), ecc. Interessante l’ambiguo Lex, sempre intento a gigioneggiare e a trafficare misteriosamente in giro, così come il malvagio e carismatico padre (senza John Glover la serie sprofonderebbe miseramente). Cercare di capire dove voglia andare a parare la storia verticale, questo stimola, almeno per un po’. Mentre risultano varie volte piuttosto agghiaccianti gli effetti speciali che all’epoca potevano costituire un motivo di interesse (vengono spesso elogiati nei commenti dell’epoca), ma chiaramente l’invecchiamento precoce per queste cose è un problema. La vita quotidiana tra studentelli potrebbe pure andare, ma i personaggi significativi coinvolti e che interagiscono tra loro sono troppo pochi perché risulti interessante (quello interpretato da Sam Jones III poi non ha gran personalità, sembra svolgere un ruolo quasi da dama di compagnia del tutto trascurabile). Gli altri vengono tirati in ballo come vaghe comparse o mostri, e dimenticati troppo velocemente, ancora abbozzati o indefiniti.

Del pilot restano soprattutto queste inquadrature di campi verdi con la cosa un po’ trash del Superman crocifisso. Il primo (anzi, secondo) mostro è un nerd psicopatico fissato con gli insetti. Il soggetto è promettente, ma, causa forse gli sbandierati problemi di budget, non si va molto oltre qualche non eccezionale battuta a sfondo biologico o naturalistico, avvolta dai soliti pacchiani effetti speciali. Hothead serve subito a tavola il tema abusato che negli USA se a scuola sei forte in uno sport ti prendono a calci in culo per farti andare avanti anche se per il resto a stento sei classificabile come homo sapiens. Il capo allenatore da subito si mette ad accendere roghi impressionanti con la sola e bonipertiana forza del vincere è l’unica cosa che conti. Ora, capisco che tutto Smallville sia altamente inverosimile quindi uno deve spegnere tutto ciò che sia in grado di pensare e crederci e basta, come fanno i fan di Giorgia Meloni. Insomma, siamo in una minuscola cittadina nella quale è quasi più facile che chi ti sta accanto sia un fenomeno paranormale piuttosto che una persona qualunque. Va bene l’asteroide e tutto, ma forse. Insomma, i villain almeno spendeteci qualche minuto di preparazione per farli divenire tali, costruite un po’ la psicologia del personaggio, mostrateci come le motivazioni, un po’ alla volta, nascono, si interiorizzano e si sviluppano. Invece no, questo è un allenatore e subito si mette a incendiare cose in lontananza solo perché è un po’ incazzato e ci aveva le rocce nella sauna. Mah. Nel quarto episodio succedono cose. Clark acquista la visione a raggi (momento clou l’inquadratura del suo faccione da bravo ragazzo non proprio dispiaciuto dal poter scorgere Lana nuda sotto la doccia; insomma, l’integerrimo Clark quasi come i maniaci delle pubblicità degli occhiali farlocchi sui giornaletti che giravano quand’eravamo ragazzini). Un cattivo (in questo caso una ragazza, grande amica di Lana) in grado di assumere la forma di chi vuole ovviamente potrebbe essere uno spunto per un bel pezzo di trama verticale, pur non essendo originalissimo, ma la carta viene sprecata per la solita puntata «of the week» col pilota automatico. Intanto, nell’ottica, appunto, dello sviluppo verticale della storia, si continua a far gironzolare insistentemente Lex (che nella mia mente rimane il cantante degli Smashing Pumpkins, nessuno sarà in grado di farmi cambiare idea su questo, e che intanto ha avuto un primo scazzo introduttivo col famigerato padre) intorno alla famiglia di Clark. I mostri cominciano a presentare inquietanti somiglianze tra di loro già alla prima stagione (quello caduto nel lago ghiacciato che vampirizza spasimanti per arraffare il calore, la tizia una volta sovrappeso che fa più o meno la stessa cosa quando avverte un languorino e la passata di verdure non le basta più). All’ottavo episodio finalmente si fa centro (sì, ok, c’è il retrogusto complottista da cielonascondono ma non si può avere tutto). Il bravo Tony Todd (l’attore che impersona l’operaio protagonista) ha violentissimi attacchi epilettici e visioni e si fissa con un fantomatico «livello tre» dell’impianto LuthorCorp locale che dovrebbe contenere, appunto, la malvagità. Pertanto prende in ostaggio un po’ di pargoli che passavano là, ma Lex (inizialmente caduto dal pero, poi ammette l’esistenza del livello segreto, chiaramente il conflitto col padre è alle stelle, ma si vede che i soldi gli servono e quindi). Ma Lex. Insomma, la faccenda degli ostaggi non è proprio innovativa, tuttavia in questo episodio confluiscono, ben amalgamati, i motivi principali, fin qui della serie, e poi chiaramente quando interviene il padre di Lex il livello si alza (battuta memorabile: la madre di Clark protesta con lui perché suo figlio è rimasto chiuso, lui le ricorda che dentro c’è pure il suo, di figlio). Il cattivo non è un vero cattivo ma è mosso da profonda disperazione, un po’ tutti i personaggi, Lex, suo padre, Clark si vedono al top, un episodio che mostra chiaramente quanto il padre sia stronzo e manipolatorio. Poi, boh, avevo preso appunti su ogni singolo episodio fino alla fine della seconda stagione, ma è passato troppo tempo e non riesco più a decifrare quello che avevo dolorosamente vergato su Notepad++. Non che sia una gran perdita, comunque. La seconda stagione mi pare diventi a tratti un po’ più interessante (anche perché il contrario era difficile), ma ‘nzomma.