Sarà capitato a tutti di impazzire cercando ovunque per la casa, e non solo, qualcosa, un oggetto, uno scopo, un perché che si ritiene finito chissà dove tra le cianfrusaglie, che magari si rintana nascosto tra millenni di carabattole. Finché a un certo punto ci si rende conto che, proprio come sostiene il proverbio, l’abitazione è innocente, e che la cosa tanto bramata e inseguita l’avevamo esattamente sotto i nostri occhi. Nella vita ho cercato di ascoltare di tutto di più, free jazz punk inglese, gente che faceva le cose più strane e umilianti, tanto sano, ottimo funky, pregevoli contorsionisti che in un minuto facevano le scale su e giù mille volte, oppure cupi celebranti che nello stesso arco di tempo suonavano una singola nota, incredibilmente solenne e corrucciata, però. Cantanti che ruttavano, altri che gorgheggiavano, altri che si tagliavano le vene perché cantare è secondario e sopravvalutato, altri ancora che perfino cantavano, indisturbati. Per rendermi conto alla fine che quella dannata chiave della macchina cacciatasi chissà dove era molto semplicemente Luca Carboni, e che desidero solo spararmi in vena la sua discografia in loop dalla mattina alla sera. Perché mai, per dire, dovrei commuovermi nell’apprendere che la tipa di un cattolico con la barca che probabilmente va pure a messa tutte le domeniche ha procreato, e suo figlio è così piccolino (che fa inevitabilmente rima con uccellino)? Roba che normalmente imbraccerei il lanciafiamme. Ma se è lui, con quella delicatezza, con la sua particolare, unica sensibilità, a biascicare, convintissimo e vistosamente emozionato, innamorato e rilassatissimo, queste cose, delle quali non dovrebbe importarmi una ceppa, e magari intorno ci confezionano pure un videoclip assolutamente perfetto e quasi ipnotico nella sua cantilenata circolarità, improvvisamente diventano interessantissime e sublimi. Lo so che uno, per essere rispettato in società, dovrebbe asserire senza incertezze con voce tonante invece che, non so, De André è il più grande e inarrivabile e insostituibile dei cantori (quando avevo tipo dai venti ai venticinque per me effettivamente lo era). E Carboni uno che fa poppettino scemo per le palestre che mettono didascalicamente Ci vuole un fisico bestiale, e poi prenderlo per il culo perché, ah, ah, ah!, dice «ragassi» (peraltro senza la dolcezza del bolognese perderebbe uno dei suoi tratti tipici). Ma in realtà del vostro idolatrato kompagno Faber qua e Faber là – non era amico vostro, perdìo, smettetela – oggi non me ne frega più un cazzo, non mi colpisce neanche lontanamente come certe cose del mio vecchio, nuovo, ritrovato profeta e supereroe. (O al limite vado a recuperare direttamente Brassens)(no, vabbè, questa è gratuita: in realtà De André mi piace ancora, nonostante i vostri patetici tentativi di farmelo detestare, e pure Carboni stesso avrà fatto qualche sua cover, insomma è il suo fan club che ecc.). Quella particolare malinconia disperatissima (a livelli che manco i Joy Division si avvicinano minimamente, roba che stai proprio male ad ascoltare certi pezzi) ma allo stesso tempo garbata, ironica, giovanilistica, tagliente, scanzonata, volendo talvolta pure un po’ tamarra, ma sempre, a ben guardare, molto profonda, la trovo solamente in quello che fa lui. A parte l’arrivare prima degli altri con lucidità su certi temi (penso a quanto sia dannatamente attuale Inno Nazionale, sui campanilismi che ci pervadono e ci divorano, pezzo e video stellari).

Su Sputnik, l’album sul quale mi sto soffermando ora, l’ultimo, c’è poco da dire che non sia già ampiamente stato, quindi sarò bre’. Lui è troppo impegnato a oziare sulla barca, pertanto a scrivere i pezzi devono pensarci i giovani (che piacciono ai giovani, il che aiuta a vendere), hipster vari e orrendi della fauna indie che si proclamavano suoi fan e ora s’intrufolano nella stesura, mentre lui si concede solo un unico e ovviamente magistrale pezzo, poche note straziate e ruminate per vari minuti in conclusione al disco. L’album ha tutte le caratteristiche che di solito piacciono a me: solo pulsante elettronica, nell’accezione più immediatamente poppettara, tanta freschezza compositiva, e scorre via che è una bellezza già al primo ascolto (ma nonostante l’orecchiabilità non è nemmeno tanto banale, quindi fa venire voglia di tornarci sopra). Anche se i malnati hipster ci hanno messo sopra le loro zampacce (ma magari sono bravi e li avevo valutati male), pescano dall’immaginario del nostro, la poetica è riconoscibile, quindi sembra che i pezzi li abbia scritti lui, per intero (è un po’ una truffa, ma ci lasciamo piacevolmente ingannare, pure considerando che dopo decenni di carriera di solito non è che si sfornino dischi belli e non stantii come questo). Anche se i brani non sono così drammatici e intensi come alcuni di quelli dei tempi d’oro, giusto qualcuno un po’ velato di generica nostalgia canaglia. In particolare, ci sono quei tipici passaggi un po’ improbabili che adoro, alla Carboni (ogni grande cantautore ha questo genere di cose, tutte sue, i suoi marchi di fabbrica che te lo fanno amare alla follia). Quelli nei quali all’inizio pensi «che è ‘sta boiata? la Wi-Fi collegata al cuore che quindi va più veloce?», ma poi capisci che aveva ragione lui, o chi ne fa le veci, che non è così stupido come sembrava, anzi, e che quelle erano proprio le parole che andavano usate, concatenate e sussurrate in quel preciso ordine e modo per esprimere quel concetto e quella sensazione lì.

Immagine da Puglia.com.