Sintesi del suddetto articolo: gli ucraini non sono comunisti quindi del loro strano e incomprensibile desiderio di non sottomettersi a una dittatura demmerda non ce ne fotte un cazzo.

(Aggiungere capziosità circensi a piacere ed effetti speciali pseudocolti quanto basta per abbindolare i fessi)(passaggio all’insegna della retorica imbonitrice da quattro soldi più esilarante: «l’ANPI che di resistenza qualcosa sa», rotfl; peccato che i partigiani veri siano tutti morti o centenari e qualcuno stia facendo parlare i cadaveri).

This.

Casualmente manca nel pezzo di Portelli, come in tutti gli altri “del genere”, ogni riferimento all’aggressività over 9000 e all’espansionismo russo degli “ultimi tempi”, tratti ben evidenti già prima del 24 febbraio di quest’anno a chiunque non abbia le fette di salame sugli occhi, per cui credere che se l’Ucraina si fosse arresa subito senza fiatare Putin si sarebbe fermato lì, e non avrebbe fatto lo stesso con Moldavia, Finlandia, ecc., è più naïf che credere a Babbo Natale (o si tratta più semplicemente di utileidiotismo). Oltre a un qualsiasi accenno alla totale mancanza di ogni parvenza di democrazia interna al Paese al quale gli ucraini dovrebbero consegnarsi per non crearci altro disturbo (tipo: giornalisti e oppositori ammazzati, gente che protesta contro il governo manganellata pure mentre è a terra, passanti che vengono fermati dalla polizia e gli viene preso il cellulare per controllare cosa stanno guardando, squadristi della Z che prosperano… Gli ucraini annessi dovrebbero rassegnarsi a vivere in un ambiente alla 1984 del genere, ma invece, davvero inspiegabilmente, stanno lottando per la propria libertà e indipendenza).

Per quelli che «Putin ci lancerà contro le testate nucleari anche se lo guardiamo un po’ storto, quindi gli cederei in anticipo Paesi baltici e mezza Europa dell’Est, sia mai si offenda» cito il Foreign Affairs: «Putin’s invasion raises the security stakes for everyone – Ukrainians, Westerners, and Russians alike. There is no longer a zero-risk policy available, if there ever was. For now, arms transfers may be the least dangerous of a dangerous list of options». E ancora: «i violenti non vanno assecondati, tantopiù se sono in condizioni di inferiorità economica e militare, perché ciò porta più o meno inevitabilmente alla normalizzazione della violenza come strumento di politica estera» (Moloch).


Tra poco, un elenco fondamentale di testi o thread da leggere se volete smettere di scrivere o dire utili putinidiotate. Prima però alcune precisazioni. Riguardo al primo thread, quello sui nazisti ucraini, aggiungo io che gli estremisti di destra esaltati tra Esercito e Marina li abbiamo pure noi, basta farsi un giro nella Folgore, nel battaglione San Marco o nei COMSUBIN. Soprattutto, ce li hanno, in abbondanza, pure i denazificanti russi. C’è inoltre un forte aspetto “di westplaining” bellamente ignorato nel nostro dibattito pubblico. Qui non si capisce (o si fa finta) che i popoli dei Paesi dell’Est hanno visioni, esperienze ed esigenze profondamente diverse dalle nostre. Per esempio, mentre per noi il comunismo era rappresentato da Bertinotti in cashmere che faceva cabaret nel salotto di Catherine Spaak, per un ucraino era tipo l’Holodomor (o per un polacco quello che potete immaginare; Massacro di Katyn’, questo sconosciuto, tanto per fare un non trascurabile esempio, a parte tutto quello che hanno passato dopo la seconda guerra mondiale)(o per un abitante dei Paesi baltici, questo: «Settantatré anni fa l’Unione Sovietica iniziò la deportazione di 90.000 persone dai paesi baltici in Siberia. Oltre il 70% dei deportati erano donne o bambini di età inferiore ai sedici anni»). Ciò ha portato a una reazione che ha portato a eccessi “dall’altra parte”, e quindi anche al fiorire di quegli estremismi di destra che, inforcando il monocolo, contempliamo tanto inorriditi. E che, peraltro, da come si apprende da alcuni dei testi che ho elencato sotto, sono in Ucraina parecchio in declino rispetto ad alcuni anni fa. E a quelli che «eh, ma il Doombass!1!1» andrebbe ricordato (punto leggermente importante e non aggirabile a botte di retorica, battutine e benaltrismi un tanto al chilo) che la Russia firmò il memorandum di Budapest nel ’94. In questo documento garantiva, tra le altre cose, l’indipendenza e l’integrità territoriale dell’Ucraina. Putin, com’è noto, ne aveva fatto carta da culo già da tempo invadendo Donbass e Crimea.

Si capiva pure senza tessera. Sono concetti semplici: sotto un tiranno oppressore criminale non ci vuoi stare, per motivi intuibili, quindi lotti. In ogni epoca, contesto, da favorito o no, ecc. Il succo è questo. E tutti i distinguo pelosi stanno a zero.
«La proposta di Rovelli: aprire un tavolo di trattative #buongiornoprincipessa» (Anna Miller).
Quindi i famosi russofoni dell’Ucraina in realtà non avevano tutta questa voglia di riabbracciare i loro fratelli russi come in tanti ci avevano assicurato? Oooooh…

Tornando a Portelli (ma peggio a questo proposito hanno fatto altri, Montanari su tutti), il dibattito ha fatto emergere una categoria di furbacchioni che mi sta particolarmente a cuore. Quelli per i quali i paragoni li puoi fare solo tra cose che sono identiche uguali spiccicate, sennò non va bene. Vi svelo un segreto: i paragoni servono per evidenziare similitudini tra fatti, eventi, cose e situazioni che presentino dei tratti salienti in comune, ma con ovvie differenze. Dire che, in questi casi, non si possano fare, equivale a dire che i paragoni possiamo direttamente abolirli, proprio come concetto. O, più che altro, che si possano selettivamente usare solo quando fa serve a portare avanti il nostro storytelling di comodo.

Ricordo quando prima di internet ci illudevamo che la gente fosse suppergiù normale.
L’esito del referendum sull’indipendenza dell’Ucraina del primo dicembre 1991.

Hint: agli ucraini, per imprescrutabili motivi, piacciono più l’Europa e l’Occidente, il loro stile di vita, le loro libertà che la vostra Russia attuale del cazzo (che tifate per mero antioccidentalismo da operetta, misto a una contorta specie di virtue signalling). Statece. Gli ucraini non si arrendono (come vorrebbero i Montanari vari), tra le altre cose, perché come detto non vogliono stare sotto una dittatura demmerda che comprima orribilmente i loro diritti, ecc. I partigiani più o meno erano animati da simili intenti (la dittatura demmerda già l’avevano sperimentata)(ma pure gli ucraini serbano qualche ricordino, recente e non, di tempi non bellissimi nei quali non erano indipendenti, Holodomor in particolare). Mettersi a frignare perché: erano dittature diverse con un nome diverso; erano periodi e contesti diversi; l’acconciatura degli autocrati differiva; l’apporto dei partigiani nostri era solo coreografia perché le reni ai nazifascisti gliele avevano spezzate gli Alleati (questo con sprezzo del ridicolo, perché per decenni si è andati avanti sostenendo infervorati il contrario, incazzandosi come faine con chi sostenesse l’altra versione dei fatti); avevano maggiori speranze di vincere (sofisma tra i più odiosi e risibili, visto che gli stessi che lo fanno supportano o hanno supportato fazioni in guerra con meno chance di quelle che ha la Salernitana di vincere la prossima Serie A)(ma poi tra questi c’è gente per la quale l’Ucraina sarebbe caduta in tre giorni, questo anche perché gli ucraini non vedevano l’ora di riabbracciare i loro fratelli russi, come la resistenza di posti come Kharkiv dimostra, wink wink), ecc., tutto ciò, dicevo, è solo, in completa evidenza, retorica paracula della peggior specie.

Liliana Segre: «Anche rispetto a questa mostruosità della guerra la nostra Costituzione ci offre una guida sicura, se riusciamo a declinare in chiave universale i suoi precetti.
Infatti, l’aggressione immotivata e ingiustificabile contro la sovranità dell’Ucraina rappresenta proprio l’esempio evidente del tipo di guerra che, più di ogni altro, l’articolo 11 della Costituzione ci insegna a ‘ripudiare’: la guerra come ‘strumento di offesa alla libertà degli altri popoli’.
E la resistenza del popolo invaso rappresenta l’esercizio di quel diritto fondamentale di difendere la propria patria, che l’articolo 52 prescrive addirittura come ‘sacro dovere’».

Non so come dirvelo, non il confronto non viene fatto per dire che i partigiani nostri sono come i soldati dell’Ucraina (non lo sono, è ovvio, questi peraltro sono inquadrati in un esercito regolare: ma se tengono duro in questo modo, sospetto che non sia tanto perché sono obbligati da quel furfante di Zelens’kyj, come purtroppo mi è toccato di leggere ripetutamente sui social, ma che ci sia dell’altro). Il senso è che non ha senso dirsi pacifisti senza se e senza ma, in età adulta, almeno. Quindi uno normale non capisce perché i partigiani possano legittimamente impugnare le armi contro la tirannia (e andiamo pure in piazza tutti gli anni per ribadire il concetto), mentre gli ucraini debbano farsi andare bene Putin. A meno che non pensiate che costui dopotutto non sia poi così malvagio come lo dipingono, il che a metà aprile 2022 non depone molto a vostro favore, diciamo.

Il delirio imperialista dell’ideologo di fiducia di Putin, ora anche comodamente disponibile in italiano sulla pagina facebook.com/agdugin. Eh, ma tranquilli, avete ragione voi, la colpa è (anche) dell’Ucraina che ha provocato e che ora non si sta scansando… Aggiornamento: ora, per sminuire, si dipinge in giro Dugin come un freak isolato, una specie di Fusaro russo. In realtà, basta qualche ricerchina per scoprire che le sue idee sono molto diffuse, proprio in questa stessa forma, tra politici, oligarchi e uomini di potere russi.

«Guerra già persa. Questa certezza, molto italiana, altrove è molto meno presente (vedi ad esempio qui). In pochi sono certi della vittoria dell’Ucraina ma in tantissimi mettono in dubbio la vittoria russa. Sì, lo so, c’è il Generale Tal dei tali che lo dice, e pure quell’altro. Ma sono due, contro duecento che, se cercate un po’, dicono l’esatto contrario. Il fatto è che la Russia ha certamente il potere di radere al suolo l’Ucraina, ma Putin ha iniziato questa guerra sostenendo che quello ucraino è un popolo fratello che una cricca di nazisti al potere (Zelens’kyj) aveva separato dai fratelli russi. Ora, se inizi una guerra così, poi non puoi trasformarla in guerra di distruzione. Ciò nonostante, ogni giorno che passa, Putin alza il tiro colpendo obiettivi civili, ma ha dei limiti: non può, per esempio, bombardare il centro di Kyiv col rischio di distruggere le cattedrali dalle quali è partita la Chiesa ortodossa russa, perché poi, anche se privi di informazioni come noi, i russi comincerebbero a porsi alcune domande. E comincerebbero a porsele anche i soldati russi al fronte. Quindi, Putin ha già perso l’obiettivo iniziale (ricordo che Budapest nel ’56 fu normalizzata in 72 ore e Praga nel ’68 in 24 o meno) che era quello di intervenire, more sovietico, in un Paese “fratello e amico” e risolvere la cosa in poche ore. Qui si trova di fronte ad una resistenza tipo Afghanistan o Cecenia e ricordiamo che la Russia perse sia nel primo che nella seconda. Ebbe poi ragione della Cecenia nella seconda guerra cecena, ma radendola al suolo, cosa che, come detto, è più difficile con Kyiv. Perderà quindi la Russia? Probabilmente no, molto probabilmente no, ma la certezza che vincerà è molto italiana. Di sicuro in Ucraina non ce l’hanno. Il motivo per il quale non si arrendono, quindi, è presto detto: sperano di vincere o, quanto meno, di arrivare ad uno stallo che favorisca soluzioni non troppo penalizzanti» (Jack Daniel).

Altra obiezione assurda e farisaica è quella per la quale, fornendo loro armi, staremmo mandando gli ucraini al macello egoisticamente in nostra vece. Innanzitutto, piccolo particolare, sono gli ucraini a non voler consegnare il Paese, è una loro libera scelta. Inoltre, dicendo questo state sostenendo in pratica posizioni in aperta contraddizione tra loro, visto che, anche se fate finta di non saperlo, non possiamo entrare direttamente in guerra noi (e la no-fly zone, a parte le difficoltà tecniche, visto che non è proprio una roba da Libia o Iraq, sarebbe in sostanza entrare in guerra aperta con la Russia, come ha perfino detto Biden papale papale parlando di terza guerra mondiale che scatterebbe, e voi mi pare di aver capito che la guerra nucleare la temiate). L’alternativa, ovviamente del tutto irrealistica e non percorribile, sarebbe non fare niente, o fare solo cose molto poco rilevanti, o appartenenti al campo del pensiero magico – spoiler: checché ne dica l’ormai onnipresente Donatella Di Cesare, abbiamo provato a trattare in tutti i modi, ci stiamo provando e ci proveremo ancora –, dato che, sempre come fate finta di non sapere, significa che a quel punto l’unico freno all’espansionismo selvaggio di Putin resterebbe l’appartenenza alla NATO (requisito che i Paesi che non vogliono farsi annettere devono però già possedere, sennò scatta l’inesorabile «l’[email protected] ha E$t [email protected] [email protected]!1!1!»).

Se il mondo fosse un posto appena un po’ giusto, a ogni “l’[email protected] ha E$t d3lLa [email protected]!1!1” che scrivete (in senso non ironico, ecc.) dallo schermo dovrebbe fuoriuscire un lettone/estone/lituano per coricarvi di mazzate. Meme di Michele Rosini.
Battuta che girava nella vecchia Romania comunista. «Cosa sono i Russi? I nostri amici, o i nostri fratelli? Fratelli, perché gli amici possono essere scelti».

Ulteriore argomento è quello per il quale avremmo “umiliato i russi” (cosa non vera, come vedremo). Contemporaneamente si rimprovera praticamente l’opposto, cioè che ai russi abbiamo dato troppo (perché li abbiamo coinvolti “politicamente” e negli affari invece di pigliarli a pesci in faccia, tirando in ballo anche l’atteggiamento considerato compiacente di Angela Merkel, per esempio, non solo dei Salvini che mettevano le magliette, quello ammanicato degli Schröder, o di chi foraggiava direttamente gli oligarchi, e cose del genere). La realtà è che determinate politiche di appeasement, di integrazione e di coinvolgimento della Russia portate avanti da Europa e Occidente sono esecrabili col senno di poi, ma all’epoca rappresentavano la via della realpolitik per evitare di ripetere papale papale con la Russia il muro contro muro dei tempi dell’URSS. Altra cosa da questo è mettere direttamente a Putin la lingua in bocca, come denunciava già a suo tempo Anna Politkovskaja e come hanno fatto numerosi esponenti politici nostrani, magliettati e non (tipo i Cinque Stelle). Ma non è solo una questione di politica, si pensi all’informazione, ma direi anche a qualsiasi altro campo, vedasi tutti i filorussi (spesso pagati sul serio, non tanto per dire) nell’ambiente dello spettacolo.

In realtà l’Occidente ha fatto di tutto per non umiliare e non mettere all’angolo la Russia (G7 esteso “creativamente” per metterla dentro nonostante mancasse dei requisiti, vertici NATO-Russia, tavoli congiunti, investimenti importanti in quella economia, ecc.). Seguendo la strada dell’integrazione e del coinvolgimento, per alcuni aspetti quella percorsa da altri Paesi dell’Est, la Russia avrebbe ora anche un’economia più sviluppata e sarebbe (in breve) un Paese più democratico e migliore sotto ogni punto di vista. Invece ha voluto giocare a fare il Paese egemone. Ma poi Putin faceva guerre, condotte in modo criminale, annetteva “a sentimento” pezzi di altri Stati (o interferiva nella loro politica), accoppava giornalisti e oppositori, e molto altro, con noi che in risposta non facevamo molto di più che mettergli qualche timida sanzione… Dov’è che l’avremmo umiliato, esattamente?

Gennaio 2020: ANSA e agenzia di informazione ufficiale russa firmano un accordo di stretta collaborazione. Marzo 2022: casualmente, per l’ANSA i russi non sono invasori ma teneri salvatori di cagnolini (chissà poi chi li ha fatti rimanere senza padrone).

Infine abbiamo quelli che «la questione è più complessa», talvolta detto da gente che fino all’altro giorno tesseva l’elogio delle inespresse qualità del baratto come potenziale modello economico preponderante per il mondo del 2022. Penso che sia più complessa ma non nel senso che dite voi e non nei suoi aspetti cruciali, così come «le radici storiche» che andrebbero studiate (mentre vengono bombardati gli ospedali pediatrici, certo) magari una volta analizzate porterebbero a conclusioni un po’ diverse da quelle che pensate. In particolare, andrebbero ripassati i passaggi cruciali del rapporto NATO-Russia. Ricordiamo anche in breve che la storia dei missili NATO in Ucraina è una fake news da propaganda stile Russia Today, che i missili nucleari americani sono stati ritirati dall’Europa dal 1987, trattato INF tra Reagan e Gorbačëv, e non sono più stati reinstallati, mentre al contrario la Russia ha installato, tra gli altri, gli Iskander-M, balistici, a testata termonucleare nell’enclave di Kaliningrad, cercatevi dov’è, sta praticamente “in casa nostra”.

«La vera colpa della NATO in questa faccenda è quella di non aver piazzato una wing di Eurofighters a Kyiv e batterie di Patriot in tutti gli aeroporti ucraini nel 2014» (Fabio D’Aleo). Che quello della NATO sia un risibile pretesto è evidente peraltro dal fatto che se si dovesse dare retta allo storytelling col quale Putin (fomentato da Dugin, patriarchi e ideologi vari) ha annunciato l’invasione, cioè la storiella per la quale gli ucraini sono in sostanza russi, Zelens’kyj dovrebbe a quel punto ravvedersi e cedere l’Ucraina chiavi in mano alla Russia. Putin a quel punto si ritroverebbe con le basi NATO ai propri confini in Polonia e in Romania. Immagino che in uno scenario del genere il pover’uomo si sentirebbe minacciato e… (Per quelli che «fuori l’Itaglia dalla NATO!1»: San Berlinguer, che probabilmente tanto idolatrate, era un po’ più furbo di voi, visto che a restare nella NATO ci teneva, eccome).

Verisinistri e pacifinti devono abitare in mondi di marzapane nei quali ad arruolarsi negli eserciti mondiali sono solo moderati e raffinati intellettuali che, nelle pause tra gli addestramenti, discutono della Recherche sorseggiando tazze di tè, e poi la sera si recano a convegni su tematiche gender e inclusività. Ah. «In pochi giorni»: nope. È tipo dal 2014 o dal 2015 che sono stati inquadrati nell’esercito regolare e quindi “normalizzati”. «Perché Zelens’kyj permette una cosa simile?!?1!1». Raga, veramente state nell’iperuranio. L’Ucraina è in guerra, voi state sul divano con l’iPhone in pugno a sparare ‘ste cazzate. Detta brutalmente: serve gente convinta per sparare ad altra gente che è venuta determinata ad annientarti. Purtroppo la realtà vuole che uomini con queste caratteristiche (i. e. convinzione e determinazione, volontà di difendere la nazione, voglia di arruolarsi) si ritrovino con una certa frequenza tra quelli con idee di estrema destra. Spero che a Putin non venga in mente di bombardare Roma per via di tutti i fascisti che ci ritroviamo noi tra Forze armate, Forze dell’Ordine e non solo. Sono certo che anche in quel caso avrebbe la vostra incondizionata approvazione.

Ricordo peraltro che fino al 2004 Putin esplicitava l’idea che l’Ucraina potesse benissimo entrare a far parte dell’Unione Europea, aggiungendo addirittura che la cosa sarebbe stata nell’interesse economico della Russia stessa, definendo l’allargamento dell’UE fino ai confini russi come l’estensione di una zona di pace e prosperità. È bene ripetere che l’entrata nella NATO prevede un procedimento complicato e che nel vertice NATO di Bucarest del 2008 UK, Francia e Germania avevano detto no all’ingresso di Ucraina e Georgia. Per intenderci, per entrare nella NATO serve il consenso di tutti i membri dell’alleanza. Basta che uno si opponga e l’allargamento non può avvenire. Gli sviluppi più recenti sono mirabilmente narrati da Fubini sul Corriere: «La realtà però è che agli ultimi vertici della Nato nel 2021 all’Ucraina non era stata offerta neanche una cosiddetta road map o un Membership Action Plan in vista dell’adesione. In altri termini si riconosceva la candidatura, sì; ma si offriva a Kiev una strada o un calendario di azioni da compiere e misure da prendere – durano sempre svariati anni – per raggiungere l’obiettivo dell’adesione. Francia e Germania si stavano opponendo al Membership Action Plan per l’Ucraina. Fra le ragioni inconfessate di questa resistenza c’erano l’occupazione della Crimea da parte di Putin e lo stato di guerra in Donbass, alimentato dal 2014 dalla Russia: in Europa non si voleva fra i membri della Nato uno Stato non ancora pacificato ai suoi confini orientali, che rischiava di obbligare gli alleati a un intervento. Gran parte della frenetica attività diplomatica delle settimane prima dell’attacco non riguardò dunque la scelta sull’ingresso dell’Ucraina nella Nato. Il dubbio non era se Kiev dovesse aderire o no. Piuttosto, si incentrava su come comunicare agli elettori ucraini che Kiev – almeno per il tempo prevedibile – non sarebbe entrata. Di questo parlò il presidente francese Emmanuel Macron con Putin e Zelens’kyj l’11 e 12 febbraio scorso, secondo varie ricostruzioni di diplomatici. Il presidente francese si scontrò con il collega ucraino perché il primo voleva che fosse Zelens’kyj ad assumersi la responsabilità di rinunciare ufficialmente alla propria candidatura. Zelens’kyj invece sfidava Macron e gli europei a chiudergli loro stessi la porta in faccia, perché non voleva essere lui a tradire il mandato ricevuto dai suoi elettori. Olaf Scholz, in visita a Mosca nove giorni prima della guerra, trovò a suo modo la quadratura di questo cerchio. Disse il cancelliere tedesco della candidatura dell’Ucraina alla Nato, stando in piedi a fianco di Putin: «Questa non è una questione che probabilmente incontreremo finché siamo in carica. Non so quanto il presidente intenda stare in carica – aggiunse Scholz guardando l’uomo del Cremlino. Ho l’impressione che sarà a lungo». In pratica, poiché Putin ha fatto cambiare la costituzione russa per restare al potere almeno fino al 2036, il cancelliere tedesco stava dicendo che di far entrare l’Ucraina nella Nato non si sarebbe parlato per almeno altri 14 anni. Non esattamente un buon motivo per colpire a freddo una nazione nel cuore dell’Europa, facendo strage di civili. Putin stesso dev’essersi reso conto della fragilità dell’argomento, perché nel discorso del 24 febbraio ricorre a una strana analogia con la Seconda guerra mondiale per giustificare l’attacco […]».

La libertà e la democrazia hanno un prezzo. Non sono una condizione naturale dell’essere umano e solo una minoranza della popolazione mondiale vive in democrazie liberali (spesso imperfette e piene di difetti, ma meglio che niente). Libertà e democrazia vengono difese da militari, anche quando non combattono. Deal with it.

La questione, nei suoi tratti basilari, dicevo, è in realtà molto chiara: sostenere il contrario vuol dire buttarla in caciara. Un Paese ne ha aggredito e invaso criminalmente un altro, e c’è un responsabile con tanto di nome e cognome: Vladimir Putin.

Ma no, l’Italia non la invade, la fa solo capitanare da uno di fiducia dopo massiccia campagna di disinformatia.

Ancora sulla «complessità» che impedirebbe (del tutto paraculamente) in sostanza di prendere posizione in maniera netta tra aggressore e aggredito. Nell’immagine qui sotto, un utile memorandum steso da Dietmar Pichler, un analista che si occupa di Ucraina e dintorni. All’elenco andrebbe aggiunto (tweet di una commentatrice) «there is no region in Ukraine that is happy to be invaded by Russia and would gladly surrender to Putin». Questo aspetto secondo me è fondamentale. Se proprio non volete fare lo sforzo di approfondire, andate almeno di logica, per dio. La propaganda filorussa, lì e qua, ci ha raccontato per anni che russofoni & C. (che Putin voleva proteggere) in Ucraina stavano orrendamente e che bisognava andare là a liberarli dall’oppressore e da quel «feroce dittatore criminale» di Zelens’kyj. È proprio quello che sta avvenendo, eppure costoro (perfino in posti tipo Kharkiv e in qualsiasi altra città) stanno opponendo stoica e disperata resistenza ai “fratelli” russi giunti sul posto: non ne vogliono proprio sapere di venire annessi. Tutto questo amore per la Russia (esistente nei sogni di Putin, Dugin e patriarchi omofobi esaltati vari) fatica a scorgersi nell’intera Ucraina. Chi aveva dunque ragione? Non vi viene in mente che ci/vi abbiano raccontato un mucchio di cazzate per tutto ‘sto tempo?

Per quelli che «eh, ma tralasci il ruolo della geopolitica». Come ha detto qualcuno, la geopolitica (almeno in Italia, ma forse non solo) è diventata l’arte di trovare giustificazioni a un’invasione. Poi ovvio che la politica degli Stati sia influenzata da fattori quali la geografia e le risorse. In altre parole, qualcuno sembra aver stabilito che il destino immutabile e scolpito nella pietra della Russia sia la sua vocazione all’imperialismo e all’espansionismo (quanto cazzo dev’essere grande ‘sto Paese? quello che ha già non gli basta?). Vocazione naturale che deve soddisfare con ogni mezzo, violando le regole più elementari e basilari. Quindi qualsiasi crimine e nefandezza sono giustificate pur di conseguire tale scopo. E vai di uso e di abuso del termine in questione.

«Ricordate di fare sempre attenzione alle parole che usano intellettuali e giornalisti in televisione: per esempio, se sentite usare il termine “colpo di stato” per riferirsi alla rivoluzione popolare di Maidan del 2014 allora siete sicuri di avere di fronte un lacchè prezzolato della propaganda russa.
(Per capire cosa c’è in ballo oggi consiglio la visione su Netflix di questo documentario del 2015 sulle imponenti manifestazioni di piazza che portarono alla caduta del governo ucraino dell’epoca)». «Tra l’altro, di fronte al fatto che l’attuale presidente è stato eletto ad ampia maggioranza dei voti, non ci sarebbe nemmeno bisogno di…».
«Winter on Fire: Ukraine’s Fight for Freedom è un documentario del 2015 diretto da Evgeny Afineevsky candidato al premio Oscar come miglior documentario».

PS Capolavoro di disinformazione di Travaglio oggi sul Fatto Putiniano. Attribuisce all’Ucraina la violazione degli accordi di Minsk, avvenuti sotto l’egida dell’OSCE. Gli accordi prevedevano lo statuto speciale per le regioni di Donetsk e Lugansk, non che diventassero repubbliche autonome. In questo comunicato l’OSCE chiarisce bene di chi siano in realtà le responsabilità (spoiler, inizia per «P»).

Vi sblocco un ricordo. 23 febbraio 2022. Giusto poche ora prima della “fake news” in questione.

PPS C’è un punto di vista di un certo successo per il quale il famoso video dei bambini ucraini accolti nella scuola italiana con gli applausi sarebbe esecrabile, in quanto li esporrebbe a traumi. Cito, da Twitter: il video «può piacere solo perché evidentemente non siete mai stati i diversi, gli sperduti, con solo un forte desiderio di normalità e la volontà confondervi».

Sarà brutto dirlo, ma senza questa “spettacolarizzazione” e mediatizzazione, che porta a una grande visibilità che altrimenti non ci sarebbe, senza gesti e passaggi che agiscono sulla leva dell’emotività, è difficilissimo ottenere solidarietà e consenso intorno a certe questioni. Non vorrei correre il rischio di sottovalutare l’aspetto psicologico e sicuramente mi sbaglierò, ma, per quanto effettivamente un po’ “cringe” (come si dice oggi) nei risultati, le intenzioni di quell’accoglienza allestita in quel modo lì mi parevano delle migliori. E ciò penso possa essere risultato evidente, magari dopo un momento di straniamento iniziale, agli stessi bambini ucraini. A me è parsa, in altre parole, una cosa più goffa ma animata da buone intenzioni che destinata a lasciare traumi profondi. Non mi pare li stessero “bullizzando” in qualche modo, e la loro sacrosanta normalità i bambini ucraini l’avranno trovata verosimilmente qualche secondo o minuto dopo, non penso che da quelle parti passeranno tutto il tempo a farli sentire “diversi”, o almeno me lo auguro. Ma, ribadisco, può benissimo essere che stia dicendo una cazzata inenarrabile e che quei bambini resteranno invece segnati per sempre.

“GeopoLLitico” con base a Mosca che non azzecca una previsione manco per sbaglio, al confronto Caracciolo e Fabbri sono il polpo Paul. Casualmente, è stato portato alla ribalta da Fox News e da Tucker Carlson (famoso complottaro e trumpiano di ferro).

Passando a quello che c’è sull’altro piatto della bilancia, per capirci meglio, ecco uno studio sulla questione del famoso bambino siriano e sull’impatto che ebbe. «Until the photo appeared in September 2015, people did not seem focused on the humanitarian crisis in Syria. But Aylan’s photo mobilized empathy and concern, soon bringing in record donations to charitable organizations around the world to aid the victims». Ovviamente il caso è diverso ma agisce su meccanismi simili: i dati sono eloquenti. Purtroppo non riusciamo tanto a ragionare in astratto, ad azionarci, a sensibilizzarci a sufficienza senza il fattore emotività di mezzo. Se non viene toccata la pancia ci si attiva molto meno, con ovvie conseguenze e ricadute.



Artwork by Eugene Anatsky.