(I penultimi, incresciosi sviluppi). Mi ero ripromesso di dare un’impostazione diversa al blog evitando accuratamente il commento del singolo fatto del momento assurto a oggetto di discussione sul web (per pochi giorni, per poi finire regolarmente dritto nel dimenticatoio, soppiantato da nuove e più eccitanti polemiche). Puntare quindi a qualcosa di più strutturato e organizzato. Ma alla fine, riflettendoci su, ho capito che non c’è niente di male nel farlo, di tanto in tanto. Anzi, non sono proprio più convinto del fatto che tocchi necessariamente “cercare di parlare dei massimi sistemi” altrimenti non ne valga la pena. Questo a patto che l’ossessione per le news non diventi patologica (vedi il caso emblematico, e per certi versi molto interessante dello youtuber Narratore Italiano: in breve, uno che commenta la qualsiasi – da Daniela Poggi ospite di Verissimo allo stato di salute di Justin Bieber, dal gossip legato alla famiglia reale alle scosse di terremoto in Croazia – con video assolutamente didascalici dalla sua cameretta, convinto in questo modo di lasciare una traccia di sé nel mondo, ciò anche solo raggiungendo il record del numero di filmati caricati nel Lazio)(mi piace però l’umiltà nell’accontentarsi del primato regionale e, in generale, quella del suo modo assai schivo, lontano dagli eccessi pomposi dei normali influencer, di porsi). È vero che tra cinque minuti questa diventerà l’ennesima polemichetta dimenticata (uno che conosco su Facebook ha creato sagacemente una pagina per prendere di mira questo fenomeno). Resta il fatto che questi dibattiti “mordi e fuggi”, scatenati dall’emotività – non c’è nulla di esecrabile in questo, è inutile dipingerci come esseri prevalentemente o del tutto razionali – e tenuti in vita dalla noia (qualcosa si deve pur fare sui social, a parte condividere buongiornissimi), alla fine spesso sono significativi. Perché poi i mutamenti delle comunità, dei raggruppamenti sociali, di intere nazioni, del loro sentire, del modo di relazionarsi tra le persone passano molto anche attraverso momenti “bassi” – esecrati dalla critica, spesso snobbati dagli utenti più solinghi e intellettualmente evoluti – come questi, o per le polarizzazioni estemporanee che spesso si creano, c’è poco da fare. Quando invece analizzare la società, i suoi costumi, le sue dinamiche e le sue ubbie mi pare qualcosa di interessante e meritevole di un minimo di esercizio.

Capiamoci. Il punto non è stare sul pezzo (non proprio l’obiettivo primario di questo posto qui, che tratta regolarmente di giochini o dischi pubblicati secoli fa), bensì quello di farsi un’idea del modo in cui le società cambiano nel tempo, dei fattori e degli impulsi che innescano i cambiamenti (discorso valido anche quando invece si hanno immobilismi, irrigidimenti e atteggiamenti conservativi). Di dove si sta andando.

È vero che il singolo caso è come se sparisse molto velocemente, inghiottito dal mare di informazioni che continuamente ci sommergono. Ciò nel senso che – presi dalla crisi in Ucraina, ma pure da argomenti infinitamente meno rilevanti e palesemente più usa e getta – a breve pochi ricorderanno il nome del liceo o saranno in grado di ricostruire precisamente i fatti. Ma il dibattito, gli scambi avuti, le posizioni con tanta verve e spargimento di caratteri sostenute, gli insulti e i block dati e ricevuti, una traccia la lasciano. Come del resto succede quasi sempre quando elaboriamo una nostra visione e veniamo energicamente a contatto con quella altrui, nella vita vera o virtuale, c’è poca differenza (anzi, la mia idea è che in quella virtuale riusciamo a essere anche più sinceri e diretti, venendo meno un po’ di filtri e inibizioni; con buona pace di Giuliano Amato, che nella sua recente, a dir poco inusuale conferenza stampa da presidente della Corte Costituzionale, ha asserito che non ci sarebbe stato dibattito sui recenti referendum cassati perché la raccolta di firme è stata fatta online, o qualcosa del genere: quando l’ok boomer te lo vai a cercare col lanternino, insomma).

Una domanda ricorrente in questo tipo di flame o dibattiti è «sì, se ne potrebbe anche parlare, ma viene data decisamente troppa, troppa importanza all’episodio». Trovo un po’ ingenua o puerile questa posizione. Anzi, mi fa pure rotolare abbastanza le balle. Innanzitutto, quella di amplificare ogni cosa è proprio una caratteristica fondamentale, praticamente ineliminabile, del web, per com’è strutturato. Pensateci. C’entra anche molto come siamo strutturati noi come esseri umani. Ho già parlato di questo: si può anche evitare il fatto o la polemica del momento, ma poi si resta da soli con l’argomento di nicchia che interessa soltanto a noi. E siccome i social, come dice la parola, sono fatti di socializzazione e a noi generalmente piace essere coinvolti, o anche solo un po’ cacati ogni tanto… Io prenderei semplicemente atto che ogni argomento in tendenza passa attraverso questa gigantesca cassa di risonanza e andrei avanti, senza menarla ogni volta con ‘sta storia. Inoltre, il singolo caso è spesso emblematico: cioè, non si discute tanto di esso (non mi pare difficile capirlo), ma piuttosto di quello che rappresenta, o potrebbe rappresentare. Se ne parla tenendo in mente tutti gli altri possibili casi analoghi che si verificano o possono verificarsi o sono già copiosamente avvenuti nella realtà, o quelli con qualche punto di contatto. O pensate che quando c’è stato il dibattito, andato avanti per alcuni giorni, intorno al tifoso della Fiorentina che ha palpato il fondoschiena alla giornalista si parlasse solo e strettamente di quello? È evidente che si trattasse di un episodio clamoroso (perché fare una cosa del genere a favore di telecamere colpisce per la sfacciataggine e tutto, è indice di una certa mentalità radicata, ecc.). Ma che il vero punto fossero le molestie e le violenze che, in generale, le donne sono costrette a subire quotidianamente (non cito nemmeno le statistiche perché le sapete). O ritenete forse che questo non sia un tema degno di essere discusso, di stare al centro dell’attenzione, per un po’? Quindi non c’era proprio niente di esagerato, è soltanto un fatto che funge da spunto per la discussione. Il dibattito pubblico è storicamente sempre stato alimentato in questo modo, partendo da singoli casi di cronaca o accadimenti specifici.

Superata l’obiezione benaltrista («eeeeeh, signora mia, gli viene data troppa importanza, se ne parla troppo, parliamo dei probblemi veri della ggente…»), entriamo nello specifico. La polemica mi ha colpito perché mi pare di notare una netta maggioranza di commenti “da boomer” (a dir poco) che sostengono, di fatto, il comportamento della prof, colpevolizzando invece la studentessa, o che minimizzano l’accaduto. Questo in base alla visione demagogica per la quale i ggiovani non hanno più rispetto, bisogna formarli (pare un po’ di sentire Salvini quando paternalisticamente invoca il ritorno della leva obbligatoria, perché aaaah, questi ggiovani, troppa libbertà, invece ai tempi miei, quando c’era la lira, e via boomerando). Poi sul fatto dei genitori meno obiettivi di quelli di un tempo e che tendono a prendersela con i poveri e malpagati insegnanti, anziché coi loro pargoli, non posso che essere d’accordo. Ma non mi pare che questo episodio rientri esattamente in quella casistica. E se vogliamo parlare della condizione degli insegnanti e dei loro stipendi inaccettabilmente bassi “apriamo un altro thread” (si sarebbe detto ai tempi dei forum), invece di buttarla in caciara o fare un minestrone. Non sta invece né in cielo né in terra che un’alunna si prenda praticamente della prostituta dall’insegnante, per qualsiasi motivo. E naturalmente il maschilismo si estende alla considerazione che, com’è stato fatto notare, un ragazzo che avesse tenuto un comportamento simile sarebbe stato appellato diversamente («non siamo al mare»), e non gli sarebbe stato dato del prostituto. L’obiezione per la quale mettere di mezzo la Salaria fa solo parte di un approccio confidenziale mi convince poco, anche soltanto per il fatto che un’insegnante non dovrebbe prendersi una simile libertà. Ruoli, forme: sono cose importanti, in determinati contesti. Ed è ovvio che un’insegnante ne sia consapevole, o dovrebbe proprio esserlo. Altrettanto naturalmente che si sia sempre fatto così non sposta nulla, perché ogni tanto sarebbe bello progredire. Altra argomentazione è quella relativa alla pena troppo dura che l’insegnante starebbe subendo. Suvvia. A me non risulta sia stata licenziata in tronco, la cosa peggiore che le sia capitata, a parte un possibile richiamo, è finire fisiologicamente nel tritacarne del web per un po’. Noto a questo proposito che: 1) come detto, la netta maggioranza dei commentatori purtroppo è con lei e ne difende l’operato con argomentazioni “paternalistiche” (quindi non è proprio questa shitstorm a senso unico che si vede in altri casi) 2) non essere personaggi pubblici a volte è un vantaggio, visto che appunto tra cinque minuti tutto sarà dimenticato, del nome di questa prof nessuno si ricorderà e potrà riprendere la vita di sempre. Fin qui non dico nulla di originale, prendo solo una posizione che ritengo ovvia e doverosa, ma si vede che non lo è così tanto: bene certe volte anche solo “fare numero”, mettendosi, per quel poco che si può, in difesa della decenza e della civiltà, non c’è bisogno di essere per forza brillanti e originali.

Ma vorrei aggiungere qualcosa di legato al mio particolare sentire. C’entra molto il modo con il quale viene concepita la scuola. Ricordiamoci che i ragazzi sono obbligati (= non possono in sostanza scegliere se farlo o meno, e, a differenza di chi lavora, non vengono nemmeno, realmente, pagati al 27 del mese) fin dalla più tenera età ad andare a scuola quotidianamente. (Teoricamente “solo” fino ai sedici anni, ma suvvia, ovvio che…). È un impegno importante, qualcosa di necessario, ma di pesante (specie se poi ci mettete tutto il carico che la scuola si porta quasi sempre appresso, tipo bullismi, ecc.). O almeno penso di non essere stato il solo a non vivere benissimo questa imposizione. Direi che almeno si dovrebbe riconoscere il loro sforzo ed evitare di umiliarli. Mi pare proprio il minimo sindacale. Ora si è smesso (vivaddio) di considerare sano il menarli in vario modo come si faceva una volta, come metodo rapido per “correggerne le storture”, ma forse si potrebbe anche esigere qualche sforzo in più sulla scala evolutiva.

Ma poi io non trovo nemmeno così grave che una ragazza o un ragazzo vogliano fare un breve video per TikTok quando sono a scuola (sempre chiaramente che non eccedano scriteriatamente nell’utilizzo del mezzo, ma mi pare perfino inutile precisarlo). Mi sembra, appunto, una demonizzazione boomeristica di ciò. Io detesto tutti questi social basati così superficialmente sull’immagine, ma questa è la realtà dei ragazzi di oggi. A dirla tutta, non mi scandalizza nemmeno che vogliano mostrare qualche centimetro di pelle (perché scommetto che la ragazza non fosse svestita chissà come). Chiaramente il richiamo al dress code, se proprio necessario, andrebbe fatto in tutt’altro modo e usando tutt’altra delicatezza, non a botte di insulti sessisti. Ma, sinceramente, pure tutta ‘sta necessità di dress code rigidi fin dall’età scolare, allo scopo di forgiare, correggere e disciplinare, come se poi ‘ste creature non avranno luminosi decenni davanti a sé per doversi piegare a ‘ste menate… Già a quell’età si devono puppare disciplinatamente tutte quelle ore di scuola, di studio e di ASL/PCTO o come si chiama quell’orrore lì (sento già di sottofondo «eeeeeh, ma ai tempi miei a quell’età andavamo a lavorare in fabbrica e raccogliere cicoria nei campi…»: lo vedete quanto siete boomer? Ammesso sia vero, si deve progredire, non andare indietro o restare fermi, o imporre, inutilmente, alle nuove generazioni di rivivere le nostre stesse esperienze demmerda, così, per sadismo, ottusità o ignoranza sull’efficacia dei più recenti metodi educativi). Lasciate ‘ste povere ragazze e ‘sti poveri ragazzi esprimersi un po’ come vogliono, entro certi, ragionevoli limiti, naturalmente. Poi se si vuole fare una discussione intorno alla necessità di andare a scuola vestiti in maniera uniforme per evitare o ridurre la competizione, che alcuni diano sfoggio a vestiti firmati e i poveri vengano discriminati, ecc. se ne può parlare (ma forse mi pare più una cosa da elementari, massimo medie). Così anche sul fatto che la società occidentale imponga determinati modelli femminili, la sessualizzazione del corpo delle donne fin dalla più tenera età, ecc. Ma certamente il modo di affrontare un tema del genere non è dire, da insegnante, a una ragazza che sta facendo il suo video di routine per TikTok che pare una prostituta.

Da parte mia non ci può essere che piena e incondizionata solidarietà nei confronti dei ragazzi (e soprattutto delle ragazze). Insomma, nasci (contro la tua volontà… non ne faccio un dramma, per carità, la fase esistenzialista l’ho superata, ma insomma, i fatti sono che uno la possibilità di scegliere non ce l’ha); vieni immesso in un mondo magari bellissimo ma, se non si è obnubilati dalla morale cattolica, anche con un sacco di problemi, sofferenze e aspetti spiacevoli – che possono diventare parecchio sgradevoli in certi casi, non tutti nascono ricchi, senza casini di tipo familiare e ambientale, ecc.; di questo mondo ti tocca subito rispettare le numerose, complesse e talvolta controintuitive e crudeli regole, mandando giù rospi su rospi di discrete dimensioni; quasi da subito vieni, appunto, spedito a scuola, e in altri posti, tutti i giorni per apprenderle e interiorizzarle meglio e più religiosamente, queste regole, insieme magari a gente orribile o che ti sta sulle ovaie e che ti devi cuccare per forza, ecc. Di fronte a questo, i boomer (coloro che lo sono anagraficamente e realmente, o gli “acquisiti”) pretendono pure di romperti le scatole se non stai fin da subito tutto bello inquadrato e non percepisci la stupendevolezza dell’ordine e della disciplina da loro invocato, o non prendi gli insulti col sorriso sulle labbra, perché «ai miei tempi». La scuola non è, non dev’essere assimilabile a un ufficio lavorativo (ammesso che in quel contesto mancanza di rispetto e maltrattamenti siano tollerabili, spoiler: no), e ancora di meno alla caserma dei parà. Pensarlo è orrendo, e questa cosa non ha peraltro alcun senso e alcuna utilità, è soltanto un riflesso collegato alle vostre frustrazioni e alla vostra visione retrograda del mondo. Andatevene cortesemente a quel paese.