(Premesso – sennò non ci si capisce – che non gli ha svitato la capoccia a sganassoni, come parrebbe leggendo alcuni analisi, ma sì e no lo tocca, tant’è che molti parlano di simulazione e gesto concordato, e a stento riusciamo a capire se possano avere ragione o meno: facciamo che la prendiamo per buona, poi si vedrà).

Siamo umani. Spesso discutiamo della realtà, analizziamo ciò che succede come se fosse sempre la razionalità a guidare le nostre azioni e reazioni, ma non è così. Nemmeno lontanamente. La reazione di Will Smith è da eleggere a modello comportamentale per i posteri? Ovviamente no. Ma è, a caldo, (umanamente) comprensibile. La reazione di Will Smith è da leggere (necessariamente) come «marito/uomo che difende la moglie/donna/”la sua proprietà” che altrimenti non saprebbe come reagire o non potrebbe farlo»? Io non trovo che sia da vedere (per forza) così. Se sfotti o bullizzi una persona cara a qualcuno con battute da dodicenne («ahahahah, guarda, quella ha l’alopecia, sono il genio della comicità!1!1») nascondendoti dietro il dito della satira è forse da mettere in conto che quel qualcuno, se si trova nei paraggi, se è chiamato per copione ad avvicinarsi a te, possa non apprezzare e lasciarsi andare a un gesto sicuramente esecrabile, e magari punibile in tribunale, ma che forse non rappresenta nemmeno la fine della civiltà umana o «il fascismo» – sì, l’hanno scritto davvero – e che il geniale comico avrebbe dovuto mettere in conto tra le possibili reazioni (appunto per come funzioniamo noi, imperfetti, esseri umani).

Poi si potrebbe aprire tutto un discorso sul «non si può più dire niente», ma non è certo tema esauribile in un semplice post.

Come sempre, per poter convivere è necessario un bilanciamento tra interessi, necessità e punti di vista contrapposti, in questo caso tra il diritto alla libertà di espressione e quello a non venire offesi. Il politicamente scorretto – che prima era “accettato” perché «il rispetto per le minoranze è sottinteso», poi abbiamo avuto chi ne ha approfittato, vedi i Calderoli che danno dell’orango a Cécile Kyenge ma «è solo una battuta», per rimanere all’Italia – non è che proprio non si possa più fare, ma certo è diventato un àmbito più difficile nel quale muoversi, per via delle mutate sensibilità (e se sono mutate direi che c’è anche una ragione). Ci può stare. Non tutti peraltro sono i Monty Python.

Non si può più usare la N-word in italiano mentre prima era ok (titolo del romanzo di Richard Wright, «pittore ti voglio parlare», ecc.)? Campo lo stesso. Non la trovo questa immensa e ingiustificata limitazione alla mia libertà di espressione. È più complicato ricevere ovazioni facendo battute da caserma che contengano la F-word mentre prima Lino Banfi ci faceva i film (e lo stesso Banfi dice che ora non lo rifarebbe)? Campo lo stesso, ecc. Se uso la R-word in una battuta qualcuno mi guarda male? Smetto di usarla, e dopotutto, riflettendoci su, trovo sia pure giusto così, campo lo stesso. Non posso andare a una festa mascherata pittandomi la faccia di nero per motivi direi storicamente anche buoni? Campo lo stesso (magari, ecco, eviterei di distruggere l’opera omnia di Totò per questo motivo, ciò rappresenterebbe per esempio un eccesso). Non posso dire che le donne sono T-word pensando di essere simpatico senza ottenere disapprovazione? E vorrei anche vedere. Campo lo stesso.

Insomma, ci sono anche delle reazioni o delle richieste esagerate (le dinamiche sociali sono sempre così, se opprimi qualcuno poi ci saranno momenti nei quali si esagererà nell’altro senso, fino a quando si troverà più o meno un equilibrio, vedi Rivoluzione francese), ma che non si possa dire più nulla non mi pare vero, così come mi paiono eccessivi, o comunque argomentati con troppa facilità, con troppo poco sforzo, i timori legati al futuro della libertà di espressione.

PS Come detto, comunque non è argomento esauribile o affrontabile in un post, per spunti “sociologici” di più alto profilo e comunque anche interessanti rimando a questo thread di RAV.