Racconto ragazza
theoceanking82 – Matteo Serri – Ancilla (una sorella)

[Tavolo estensibile] Continuando a camminare trovai nuovi pezzi della fanciulla.

Probabilmente la conoscevo da sempre, attiva anche nella fase precedente.

Ma sì, me la ricordo rubizza abbracciata ai grandi giocattoli, sotto i tavoli, eruttava prontamente, saltellava con baldanza.

Qualche evento imprevisto doveva poi averle azzerato i colori, spalancando nuove ferite, prosciugando la nutella che prima scorreva copiosa in lei.

Avevo notato che a quel punto preferiva barricarsi dietro le porte, usandole come appendici, semplici scudi o prolungamenti fisici delle sue incertezze.

Oppure trovava naturalmente rifugio negli angoli scuri, per proteggersi in qualche modo dalla luce che cercava di offenderla, dalle voci aggressive e dall’assurdità generale.

La ricordo l’ultima volta innalzata dai paramedici, con un gesto lento quasi sacrificale, imbavagliata senza troppe formalità su una barella, incurabile, lanciata via con modi spicci.

Impacchettata. Allontanata.

Pallida e malaticcia, sembrava dover svanire da un momento all’altro, sparita o fatta momentaneamente sparire.

Avrei voluto sanarla, custodirla…

Questo e altro mi suggeriva l’istinto, ma presto non ne ebbi semplicemente più notizie.

Mi arrischiai a bussare al suo portone massiccio, altissimo, imperiale prima delicatamente, poi con sempre maggior insistenza, senza ottenere risposta.

Ogni giorno mi recavo in pellegrinaggio a bussare al suo portone inespugnabile con arroganza, senza peraltro ottenere risposta.

Fermavo i suoi parenti con violenza, li strattonavo per sentirmi vivo, ma costoro scivolavano via come anguille, negando ogni responsabilità o coinvolgimento.

Cominciai a girovagare intorno a quella casa come un’anima in pena, afflitto tra la fauna.

Presi a ispezionare ogni anfratto, a rovistare nel vicino, a parlare a ogni cassonetto, ad aprire, a spiare, a rimbalzare sul tetto.

Non avevo più un rifugio, non dormivo più, perivo nel timore che potesse scapparmi qualche indizio.

Le notti umide immerso nei giardini furono diverse, le stagioni si rincorrevano selvaggiamente ma il mio genitore non mi venne mai a reclamare.

Col tempo persi ogni legame con i parenti, con i domestici, al punto da non ricordare più con certezza nemmeno il mio indirizzo.

Feci dei timidi tentativi, ma, al posto dell’abitazione alla quale non mi ero mai affezionato fino in fondo, trovai già eretti mondi incomprensibili.

Nuovi quartieri, luoghi di plastica frenetici e zeppi di fastidiose sorgenti luminose mi ferivano, mi azzoppavano, rendendomi poco dinamico ed estraneo a ogni altro essere vivente.

Al posto della mia abitazione sorgevano ora vetrine lucidissime, le classiche piazze infarcite di neon, popolate da baldracche e insensate finzioni.

Non riuscii mai a capire se si fosse trattato di un errore o cos’altro, ma non ritrovai più la mia dimora, i miei oggetti di riferimento cancellati, quelli rassicuranti nei quali credevo, perfino il mio gatto.

Attraversai uno dei momenti più difficili e oscuri, durante il quale mi trasferii alla stazione, sempre senza abbandonare completamente la folle idea di trarre in salvo la debolissima, che a volte mi sembrò di invidividuare lampeggiante e incustodita tra la folla.

La barba era sempre più lunga e abbandonata, la fila sterminata e incolta da affrontare.

C’erano da evitare i bagagli spediti in continuazione contro di me, carrelli nei quali inciampavo, inseguito dalle proteste, abbattendo con i pugni, il fischietto del capostazione, coltelli velocissimi ma alla fine dovevo arrivare.

Trascinarla giù da quel carrozzone infernale in movimento, disarcionarla almeno per accertamenti.

L’inseguimento incerto, lunghissimo nella memoria, fu a un tratto frenato dai passeggeri che soffrendo feroci mi scaraventarono più giù, in un’altra zona a vegetare, a lucidare lo straordinario frammento rimasto impigliato tra i rami dei vecchi ricordi e i sogni, e la fame, e le urgenze del presente che avanzavano incontrollate.