Questo episodio, lo noterete, mi è rimasto impresso, più di altri, sulla carta maggiormente significativi. In qualche modo la signorina Clementina fu la mia prima vera insegnante. Era già passato molto tempo dall’ultima volta che mi era apparsa, prima dei fatti descritti. Non so perché ci troviamo ora qui tra questi servizi di porcellane tazze da tè che ballano scintillano. La signora Clementina non aveva caratteristiche tecniche di spicco in grado di entusiasmare i mercati, se non la normalità. Ma a dire il vero non eccelleva nemmeno in quella. Definirla comune, ordinaria, qualunque sarebbe però farle un torto, uno sgarbo inaffrontabile. Mi pare fosse magra, probabilmente era più giovane di quanto la facessi all’epoca. Quasi tutte le età che con fiducia avevo attribuito alle persone si sono poi rivelate clamorosamente sbagliate, così come le varie previsioni emanate. Gente che ritenevo avesse ancora tutta la vita davanti, una vita magari inevitabilmente zeppa di brio e ricca di soddisfazioni, avrebbe invece stirato le zampe con mestizia di lì a poco, trascurata non vista in qualche oscuro ospedale, spesso tra preoccupanti strati di indifferenza generale. In classe, uno degli alunni aveva dei problemi a tenere il passo degli altri, per varie ragioni. Molti problemi, problemi giganteschi, inauditi, insormontabili per l’epoca. Già si capiva dopo qualche ora. Non era gradevole stargli accanto, a dire il vero. Era molesto, senz’altro, e impiastricciava barriva tutt’intorno. La signorina Clementina allora prese a gestirlo. Ma senza ira, senza neanche slanci affettivi, in modo asciutto, diciamo. La signorina Clementina era un’equilibrata professionista del vivere, non lasciava trasparire eccessi di alcun tipo. Niente sbavature. Non le sfuggiva nulla. Artista della razionalità. La signorina Clementina gestiva ordinatamente il caso dalle retrovie, senza dare nell’occhio, spegnendo sul nascere le polemiche ingombranti generate dall’ego fanatico dei genitori più orribili e frignoni. A un tratto l’alunno problematico sparì. Non furono fornite grandi spiegazioni. Il TAR del Lazio misteriosamente non intervenne a ripristinarne la presenza impiastricciante in aula, forse i tempi non erano ancora maturi, forse non era ancora abbastanza potente come istituzione. Forse eravamo sbagliati noi. La signorina Clementina doveva aver fatto un eccellente lavoro, ancora oggi io le darei, che so, un Nobel, o almeno un sottosegretariato. In realtà non penso contasse granché in quell’istituto, ma evidentemente sapeva come muoversi e mediare. E colpire, silenziosamente. Non le sfuggiva nulla. Mia sorella aveva detto che andare a portare un regalo alla signorina Clementina era una cosa che si doveva fare al più presto senza indugio, ma forse non ne era poi così convinta, cercava in primo luogo di persuadere se stessa dell’ineluttabilità dell’evento. E ora mi ritrovo in questa stanza ad ascoltare conversazioni che si allontanano, sempre di più, dal mio indifeso baricentro. Confabulano, ovattate. Non capisco cosa si dicano, come se parlassero lingue immaginarie straniere dall’architettura inconciliabile, mentre sto probabilmente cercando di evadere passando attraverso quello che pare, chissà, un muro, un tombino, un elefante, uno spigolo, o dalla finestra. Non si direbbero comunque chissà quali conversazioni. Nessuno si occupa di me e posso rannicchiarmi o imperversare quanto voglio. La signorina Clementina non lo dice, per educazione, immagino, ma magari avrebbe anche altre faccende da sbrigare. Altri alunni di chissà quanti anni prima (magari già pronti stirati, immagazzinati da qualche parte) ai quali dare udienza. Non può certo stare qui con noi per sempre, concedere soltanto a una platea così ristretta tutto il suo tempo, preziosissimo. Forse ho trovato uno sgabuzzino segreto infarcito di tesori. Mia sorella non era tipa da grandi cerimonie eppure questa signorina Clementina bisognava proprio andare a trovarla a casa riempendola di paccottiglia, chissà perché e in base a quali usanze e creanze. Alle quali mai prima di allora avevamo ceduto o dato retta, peraltro. Per qualche ragione bisognava cambiare modalità, religione, assetto aerodinamico col quale affrontare l’esistenza, regolazione della barra antirollio. Insomma, snaturarsi e andare a trovarla. Dal nulla, improvvisando. Boh. Chi ci capisce. Le più sonore sconfitte nella storia dell’umanità sono arrivate proprio agendo in questo modo, fateci caso. Chissà se la signorina Clementina si ricordava davvero di tutti gli alunni che negli anni si erano succeduti, mai un brivido, tutti uguali, che erano stati affidati alle sue cure, sia pur per così poco tempo, o se era costretta a fingere, per sopravvivere. Se le pareva qualcosa di sufficientemente significativo in un’esistenza tale da meritare di investirci sopra, di essere stivato, dove si può. Non pare esserci granché vita nel suo appartamento, lo dico da persona informata sui fatti, scrutandoci dentro. C’è solo tipo la signorina Clementina, immersa nell’oscurità, in mezzo a qualche tavolo, brocca e vaso di fiori, e poco altro, come in una natura morta di un pittore fiammingo del Cinquecento. La signorina Clementina non urla, essendone strutturalmente incapace. Il suo corpo occupa poco spazio, respira ancora, ma con discrezione. Pare un pezzo di arredamento alla deriva destinato, prima o poi, a staccarsi rovinosamente. O magari a salpare verso la conoscenza di nuovi esopianeti, presto magnificati in qualcuno di quegli articoli coi titoli acchiappaclick: «Ecco la nuova Terra, ma c’è più vita il sabato sera». Chissà se qualche volta ancora oggi ripensa a quei tempi ormai insondabili, lontanissimi. Se di quei piccoli e insignificanti e bercianti alunni può provare a materializzarne almeno uno, uno solo, a caso, giocarci un po’. Se prova a farlo per hobby prima di addormentarsi. Io invece in quei frangenti poco disperati provo solo a rimuovere nomi, cose, mestieri, città, e poi fiori, animali, cantanti, personaggi, odori, per poter così far posto a ulteriori sprazzi struggenti di futuro.