Piccioni
George Bard – Pigeons (particolare)

Giorno.
Apro gli occhi.
Mi stiracchio.
Mi metto a camminare sul terrazzo.
E poi oltre.
Pericolosamente in bilico.
Saluto le signore che battono i tappeti.
Quelle che innaffiano i vasi.
Quelle che spiano le signore che battono i tappeti.
Quelle allucinanti con i bigodini.
Cammino sui cornicioni.
Sui fili della biancheria.
Sento una voce.
Sento delle voci allarmate.
Entro nelle case delle già citate signore.
Subito ne esco e mi rimetto a camminare.
Senza meta incurante.
Pompieri si attorcigliano ma non arrivano.
Urla si attorcigliano ma io beato.
Serafico indifferente superiore.
Sconvolgo la routine, la gente nelle strade.
La testa per aria, mi fissano mi indicano.
Mi sento come se non dovessi mai cadere.
I loro materassi non mi riguardano.
I loro megafoni ronzii poco definiti.
Balzo sulle corde, da una corda all’altra.
Faccio lo scemo, tanto lo so che mi guardano.
Sono in televisione, sui giornali.
Forse mi lascio cadere.
M’inclino, barcollo.
La folla: «OH-OOOH!».
Mi piego di più.
«UH-UUUH!».
Tergiverso, un po’ giù, un po’ su.
Un po’ più giù.
(Mi chiedo se davvero voglio cadere.
Qualcuno mi prenderebbe?)
Mi rintano su un cornicione, a riflettere.
Il mento appoggiato sui pugni, guardo lontano, con occhi puri.
Poetico Leggendario.
Ispirato Incantato.
Dal basso mi urlano sconcezze.
Ora arrivano dall’alto.

Intanto, un piccione mi si deposita sulla testa.
Mi chiedo se è uguale a tutti gli altri piccioni.
Si muove a scatti, ha lo sguardo allucinato (suppongo).
Per vivere, deve innalzarsi tutti i giorni fin quassù.
E mollare la cacchetta da piccione, mirando bene.
E trovare qualche scimunito sulla panchina che gli lanci del granturco.
Io invece non devo salire fin quassù, e se lo faccio si scomoda la polizia.
Ora è qui, sul cornicione.
Agenti cazzutissimi.
Voglia di ridere zero.
La Nazione li guarda, li ammira.
Il Presidente sospira, la mano sul petto.
Medita discorsi epici.
Poi abbraccia la consorte imbalsamata, che gli poggia la testa sulla spalla.
(Sconvolta/pensosa).

Gli agenti avanzano indomiti.
Mi chiedo se posso coinvolgerli in un tango argentino.
Se abbracciandoli possiamo andarcene da questa realtà, se possiamo avvolgerci tra di noi e dimenticare la loro vita da agenti, la mia vita.
Ma anche se potessimo, il pubblico capirebbe tutto.
Non perderà una battuta fino a quando la mia divagazione ad alta quota non si esaurirà.

(Mi vedo già blindato in luoghi irrespirabili.
Non più strafottenza urbana, sconvolgimento su cornicioni dei cittadini onesti e dei piccioni!).

E il pubblico?
Eccitato. Ululante.
Arzillo. Festante.
Alle mie spalle!
Coro pusillanime che non osa camminare sulla corda (giammai).
Alla fine se ne tornerà a casa così.

Gli agenti, riuniti, esibiti, stanno già sfoderando un sorriso travolgente.
Il piccione non percepirà che una minima variazione di traiettoria al suo percorso prestabilito.