Appena rimessolo su il pensiero dominante è: «Ma perché non gioco a Hill Climb Racing 2 su Android come tutti i nerd normali, invece di perdere quarti d’ora cruciali appresso a ‘sta roba che ormai ha fatto decisamente il suo tempo?». O, in alternativa: «Anche stavolta Zzap!64 aveva ragione». Rifatto dolorosamente il callo ai limiti e alle caratteristiche più allucinanti e meno alla moda del titolo, e dopo essermi obbligato a separarmene (l’obiettivo era realizzare prima una prestazione decente), la sensazione invece è stata: «Una malsana voglia di giocarci ancora immoralmente mi pervade». Stringer è un gioco estremamente “povero”, punito dai tribunali giudicanti ufficiali popolari e non in quanto nato antico (dal punto di vista tecnico e soprattutto concettuale, sarebbe stato più adeguato se lanciato sul mercato quei due, tre anni prima) e dalla natura estremamente ripetitiva. La giocabilità è afflitta da alcuni difetti intollerabili (io amo i platform pixel-perfect, ma pure tra quelli saranno in tre ad arrivare a simili livelli di insensata pedanteria: non si può morire cascando dal PRIMO gradino di quella scala ridicola lì, su, mi chiedo cosa passasse per la testa a Steve Wiggins quando ha ritenuto che potesse essere ritenuta accettabile una scelta del genere, evidentemente scandalosa in termini di gameplay, oltre che troppo stupida anche solo a livello di impatto visivo. Inoltre pare che il salto scala-pianerottolo, soluzione comunque da esperire con grande perizia solo in caso di necessità quasi estrema, sia ammesso dalle imperscrutabili leggi che regolano l’universo wigginsiano, mentre quello opposto, del tutto misteriosamente, risulti mortale, e in certe situazioni servirebbe invece come il pane. Ulteriori accertamenti sono invece in corso da parte dei nostri esperti per capire se zompare dal pianerottolo all’ascensore – anche qui il contrario va bene – sia accettato o no. Altra piaga immensa, quasi decisiva, data la natura del gioco, è la sostanziale impossibilità di sfuggire alle grinfie degli inseguitori andando loro incontro e oltrepassandoli con un salto preciso e ben calibrato quando si è finiti in un “vicolo cieco”, cosa che peraltro a volte non accade per colpa propria: quasi sempre quelli decidono di voltarsi e di stringersi inevitabilmente al nostro ingobbito ometto in un abbraccio mortale, e questo rende quasi claustrofobico un platform già per sua natura fin troppo caratterizzato dal doversi destreggiare in spazi eccessivamente angusti). (Ah, partendo dal quinto di livello di difficoltà, il gioco inizia con tutto il personale dell’albergo al gran completo alle calcagna del povero paparazzo: qualcosa di totalmente ingiocabile, in tutta probabilità, ma la scena è gustosa a vedersi).

Come si sa, però, i giochi tendono a “vivere” e a essere giocati nonostante il parere ufficiale di critica & C. (pur basato su considerazioni oggettive e condivisibili). Stringer – o Mr Angry, mi chiedo perché nella riedizione Codemasters non abbiano corretto almeno il dannato difetto del gradino, limitandosi ad abbreviare i pur assurdi tempi di caricamento da Paleozoico – viene spesso ricordato con affetto perché ha un’ambientazione insolita e divertente, è popolato di personaggi buffi dalle scelte di vita particolarmente umorali e indecifrabili («Uhm, lasciami pensare… Il tipaccio che sto inseguendo ce l’ho ormai proprio davanti: lo vado subito a prendere o è meglio che prima faccia marcia indietro e salga e scenda una mezza dozzina di volte furiosamente quella lunga rampa di scale? Ma sì, la seconda, dai, è ovvio»). E perché è dotato di dinamiche particolari e distintive, sue, che lo rendono meritevole di essere giocato. Per un po’. (No, non ritengo che sia uguale a BurgerTime, e men che meno a Gumshoe, come leggo, si differenzia abbastanza nelle sfumature). E poi già solo l’amenità che per muoversi normalmente tocchi zompare perché così si va più veloci è di per sé quasi irresistibile. Le caratteristiche di ogni schermo, coi pochi elementi di arricchimento che vengono aggiunti andando avanti (altro difetto: la lentezza esasperante degli ascensori e delle matte, matte code che si formano nei paraggi degli stessi), vanno un minimo studiate, per evitare di cacciarsi in situazioni potenzialmente pericolosissime e senza uscita – che diventano tali se per esempio da una porta che apriamo esce fuori il tizio in pigiama, e magari l’altro non è abbastanza distante. Il succo del gioco è un po’ fatto da questi ingredienti (semplici) qui. Il signore random in pigiama, cioè Mr Angry in persona, l’accigliato guaio nel quale tu stesso sei spinto forsennatamente a cacciarti dalla voglia di paparazzare la diva dell’ultimo piano – che il dio creatore Wiggins nella sua ineffabile saggezza (?) ha deciso che potesse fare soltanto due cose nella sua breve vita, cambiare il frame destinato all’accavallamento delle gambe e lasciarsi ripetutamente immortalare dal flash dei tabloid –, quale altro gioco può vantare un elemento portante di gameplay del genere?

La mia idea è che Stringer abbia raccattato spiccioli di attenzione, nonostante gli anatemi di quelli che non devi giocarci perché è vecchio, è sempre uguale, è difficile, ecc., anche e soprattutto per via del fatto che – aspetto che rendeva intrigante per esempio Mikie – indossare di tanto in tanto i panni di quello che la fa fuori dal vaso, che crea scompiglio sovvertendo per quello che può, con le sue azioni impacciate, becere ed eticamente discutibili, l’ordine costituito (regolato e protetto dall’esercito di inappuntabili supereroi in calzamaglia solidi protagonisti dei nostri tempi) ha un fascino e un sapore del tutto particolari.