Nonostante i progressi mirabolanti in campo scientifico e tecnologico, cose semplici come l’Amaro Montenegro e il rincorrersi dissennato delle stagioni (forse non ancora del tutto assassinate dai luoghi comuni) sembrano dare apparentemente un senso, talvolta, a moltissime esistenze inconsapevoli che girovagano per i blog (anche), depositando qualche fugace macchia espressionista di colore su passanti (ignari) e fedine (penali), però. Ora non voglio, sto bene così, la stagione per convenzione chiamata Inverno.

Estate
lejson — Summer is here, all is well

E da individuo tecnicamente depresso teoricamente (così almeno una volta il mio visagista, mi ha raccontato) può sembrare una contraddizione ma mi rattrista stupidamente il buio che cala pesto alle due del pomeriggio per sancire il fallimento dell’abulica giornata l’ennesima. Molto molto meglio il funky-jazz allegronzo venato di pop snocciolato sui tappeti verdi che srotolano insetti grandi, cani gialli, culi sodi che ti inseguono, ti sfiorano nei mondi appiccicaticci tondi infarciti di luci che abbaiano dove nessuno può impedirti di immaginare, quasi tastare per qualche ora un universo dal volto più umano più vero fatto da case di marzapane, la cucina perfetta dell’Ikea ma meno nazista dove stivare l’unica che forse potrebbe realmente imprigionarti nel suo mix imbrevettabile di arguzia, simpatia, dolciumeria senza limiti certi che continua a cagare figli tuoi ininterrottamente sul pavimento della stessa cucina macchiando un desiderio esplosivo, del tutto inatteso prorompente inesploso di paternità, maternità, ma anche del tutto fantascientifico-illecito, sarà perché fa caldo oppure per il template da rattoppare, le 1826 email ancora inevase che urlano, che urlano e non ho la prontezza per zittire tutti questi telefoni che esigono voci che si attorcinano mangiando la tranquillità, il ronzare della campagna, l’ozio ruspante del gatto supremo nel poltrire estivo disperata stanchezza che artiglia l’ultimo giro di campo, la sua difficoltà che mi segue tremenda anche dopo estinguendo il funky che tace per ricordare l’indimenticabile forse impossibile realizzare almeno quei cinque minuti solari di abbracci, cinque prima di ricominciare a sprofondare nell’involucro che si rinchiude con dentro tutto il mondo più nero nel nero dell’inevitabile stagione non voluta del cazzo.