Braccio Mese doveva essere una raccolta di storie pescate a casaccio qua e là tra il materiale già pubblicato per spremere altri soldi. Non andando in edicola a procacciarmeli (questi fumetti li leggevo perlopiù da piccolo da una signora che mi ha allevato e che “me li faceva trovare”, a casa mia erano invece banditi perché considerati troppo inurbani, violenti e ignoranti, quindi benché effettivamente rozzi avevano dalla loro il fascino del proibito) la differenza tra le varie collane non mi era chiarissima. Ma immagino che a un certo punto, a furia di inondare il mercato di pubblicazioni per fare concorrenza a se stesso, fosse diventata oscura pure allo stesso Bianconi. Questo numero è datato marzo 1990. Chiaramente la lettura non è il massimo della vita (‘sto post è nelle bozze da prima che iniziasse la pandemia), e il Thimble Theatre di Segar si trova qualitativamente su altre galassie. Ma, essendo stato il fumetto un mezzo assai popolare in Italia per un po’ – non c’erano smartphone e altri tipi di intrattenimento e alle genti toccava arrangiarsi – questi reperti restituiscono inevitabilmente abbondanti e maleodoranti spaccati di Paese reale, e cose del genere. Per via di questo “lato culturale”, mi interessano (molto moderatamente e a piccole dosi, eh).

Olivia al luna park. Braccio di Ferro e Timoteo si contendono Olivia per passare con lei un ameno pomeriggio al luna park (non so’ grandicelli per ‘ste cose? vabbè). Quello che mi ha sempre colpito di questo tipo di storie è la passività senza senso (certe volte) di Olivia: se c’è Braccio di Ferro è senz’altro meglio, ma alla fine, per buona creanza, l’uscita galante per passare il tempo in maniera un po’ diversa dal solito non si nega a nessuno. Fosse pure Pietro Pacciani, se bussa alla porta con un mazzo di fiori e un minimo di capacità di intortare l’interlocutrice. L’ottovolante si presta bene alle consuete, convulse scene di menare. Alla fine lo scimmione sconfitto viene umiliato, irriso e bersagliato quale pupazzo nell’apposito baraccone, tra l’esultanza giuliva e un po’ svampita della stessa Olivia.

Il bimbo prodigio. Pisellino, vedendo in TV il famoso Nicolino Paganetti (avrebbero potuto sforzarsi di più), decide di diventare musicista. Ovviamente Braccio di Ferro e Olivia assecondano questa improvvisa fissazione che porta il ragazzino, nella sua mania di grandezza, a comperare strumenti sempre più enormi, costosi e molesti, mentre i suoi genitori devono affrontare vicini di casa sempre più incazzati e maneschi. Fino all’inevitabile crollo dell’appartamento e di ogni certezza, che porta ovviamente a mettere il giovane responsabile sul mercato nella vignetta conclusiva (momento decisamente «oggi non si potrebbe fare»).

La finta bronchite. Trinchetto cerca di fare fessa Olivia fingendosi prima malato e poi dottore. L’analfabetismo del vecchio gli gioca però un brutto scherzo. Lui sceglie di sfogarsi con un tizio poco significativo apparso nella prima vignetta.

Una moglie per il re. A Mark Zuckerberg non piacerebbe questa storia. In realtà non è poi così razzist… “politicamente scorretta” come si teme all’inizio, ma un po’ sì (l’avrò letta cinquecento volte e altrettante volte dimenticata). Gli africani al servizio di re Sbombalassa I, ossessionato dalla «fidanzata di Braccio di Ferro», come viene definita, vengono ovviamente gonfiati in lungo e in largo, così come il sovrano stesso (più volte, pure da un’Olivia qui particolarmente su di giri). Ma alla fine i pestaggi avvengono sempre per motivi abbastanza validi, contestualizzandoli al quantitativo di collericità generale del mondo che li ospita. Certo, le usanze attribuite al popolo del Buganda Bundi non sono proprio all’avanguardia, diciamo, ma, quintalata di ovvi stereotipi a parte (era un fumetto nazionalpopolano per le masse, raga, non la Critica della ragion pura), nel complesso niente di troppo inaccettabile. Forse. Beh, dai, almeno li fanno parlare normalmente, per come si era messa a una certa lo «Zì, badrone» pareva dietro l’angolo pronto atleticamente a spuntare. Ammesso che non fosse davvero presente nell’edizione originale non “ripulita” (ogni tanto avveniva). Nel dubbio, Zuck bannerebbe a vita comunque. Anche l’inseguimento finale sessista del re alla caccia della prima tizia che passa, come un maniaco a piede libero qualunque, con tanto di Popeye e Olivia divertitissimi, difficilmente sarebbe accettabile oggidì. Così come il modo in cui sono disegnati gli africani e in particolare, momento raccapricciante, le «fuste» (sic.) offerte scompostamente come merce di scambio al marinaio per corromperlo. L’Africa, quella subsahariana ma in un certo modo pure la restante parte del continente, all’epoca (parlo della prima pubblicazione, probabilmente risalente agli anni Settanta) gli italiani la vedevano quasi solo in TV nei documentari o in qualche enciclopedia. Era un mondo sideralmente lontano, col quale la gran parte dei nostri conterranei non immaginava sarebbe mai entrata seriamente in contatto nel corso della propria vita (fenomeni quali l’attuale globalizzazione o l’immigrazione come la concepiamo oggi non erano, naturalmente, messi in preventivo), così come non si interagisce abitualmente con quelli che stanno su Kepler-442 b. Questa storia racconta un po’ questo fatto, questa Italia (sì, anche gretta, provincialotta e un po’ imbarazzante) qui.

Bolle di sapone ha purtroppo come protagonista l’insipido Grissino, mai sopportato con la sua melensa e troppo ostentata ingenuità. Sì, il repertorio di cose che le macchiette del mondo Bianconi possono fare non è esattamente illimitato. Il problema è che quelle di Grissino generalmente fanno venire il latte alle ginocchia. Comunque. Ma quante cacchio di storie avevo letto ai tempi? Finora non ce n’è una che non conoscessi. (Aggiornamento finale: credo di averle lette tutte all’epoca). O magari il riciclo tra le varie testate era perfino superiore a quanto credessi e alla fine il numero complessivo di storie in circolazione era assai più basso di quanto ipotizzabile. Grissino raccatta elementi del paesaggio a caso per fare le bolle di sapone, gli agenti lo sgridano, gli viene dato un succedaneo per sfogarsi, conclusione random con un canetto buffo che gli si appizzica ar culo.

Lo strano appetito. Finalmente protagonista Poldo, ed è pure una buona storia, con un taglio vagamente surreale irresistibile. Il nostro eroe infatti in quest’occasione è affamato non di panini, bensì, chissà perché, di carta stampata. Giunge al punto da allestire maniacalmente un bel banchetto con la raccolta di libri di Olivia (‘na roba da fare invidia a Umberto Eco, a momenti, cerrrrrto), immediatamente disposta a prestarglieli tutti in blocco. Tanto per l’uso che, diciamo la verità, potevano farne lei e Braccio di Ferro… Nel chiamare i soccorsi Olivia cerca l’elenco telefonico (l’elenco telefonico!, è esistito, chi ci pensava più… noncelafacciotroppiricordi.jpg), ma niente, s’è magnato pure quello. Vi spoilero che alla fine, di riffa o di raffa, la megascorpacciata luculliana vera arriverà.

Bombo l’elefantino. Pisellino s’innamora del proboscidato in questione, i Ming lo sottraggono impunemente e s’infilano in un Dumbo finto utilizzato a mo di cavallo di Troia per crivellare di colpi Braccio di Ferro, che ovviamente vince e costringe i [Dinklage, dimmi tu che termine devo adoperare per descrivere costoro] a consegnargli l’indistinguibile (da loro) capo – se non avete capito cosa abbia scritto qui, vi rassicuro: manco io, ma come detto il pezzo l’avrò concepito un paio d’anni fa e non ricordo bene cosa intendessi, probabilmente che i Ming sono tutti uguali. Il marinaio vorrebbe addirittura «rompergli le ossa» (ci rendiamo conto di che espressioni brutali si usavano e bla bla) ma si trattiene.

Bottiglie di sogno. Olivia trolla Trinchetto promettendogli bottiglie di vino, che si rivelano tutte creativamente “problematiche”, ma era solo un sogno, e il risveglio per l’arzillo vecchietto è ancora più amaro visto quello che accade. Non importa quante volte si sia già letta questa storiellina in passato: ogni volta è un tuffo al cuore per quel barbera sprecato.

Storia minima. Gara di torte. Olivia contro ogni (suo) pronostico perde e costringe il parentado, non troppo entusiasta – Pisellino, chissà perché, a parte – a ingozzarsi con le dozzine di esemplari sfornati. Non mi pare proprio roba di italiani. Secondo me è Sagendorf, ma magari mi sbaglio clamorosamente e invece è di Bela Zaboly, o boh.

Cercasi postino. La vita di mare è evidentemente ormai incerta e non consente più a Braccio di Ferro di procacciarsi da vivere, dato che lo vediamo lanciato di punto in bianco all’entusiastica ricerca di un lavoro alle Poste («e telegrafo», per un miglior effetto vintage). L’attrattiva del posto fisso, ecc. Viene preso senza fiatare (come si fa del resto a rifiutare un lavoro di fatica a uno con quegli avambracci?) e gli viene anche conferito un incarico a dir poco enigmatico, tanto per creare un po’ di hype a buon mercato. Alla fine si tratta solo di molestare un «misantropo» (ebbene sì, Braccio di Ferro sfodera il parolone per impressionare le folle come un Topolino borghesotto e semicolto qualunque) e il suo fido orso domestico. E di pestare inurbanamente en passant il capo dell’ufficio postale, reo del reato di hype importuno (tsk, con Popeye non si scherza. Mai).