Premesso che in questa fase della mia vita anche solo rischiare di offendere donne o minoranze bistrattate è l’ultima cosa che vorrei: voi fate come vi pare ma ultimamente è qualcosa che mi fa star male al solo pensiero – se ho sbagliato in passato chiedo scusa –, e pur di evitarlo sarei disposto perfino a imparare la lingua dei Vogon, o il catanzarese (se fosse stabilito con approssimata certezza che questa è la via). O ad amputarmelo. Quindi – a differenza di quelli che in questi dibattiti, con grande sfoggio di sagacia e originalità, dandosi di gomito ridacchiano «ah, ah, ah, allora anche geometro e musicisto!1!!1» – non vivo lo schwa come chissà quale minaccia alla mia virilità e alla tenuta dell’Occidente intiero. Anzi, se devo, per quanto sia scomodo, mi metto lì e imparo ad adoperarlo, con umiltà.

Riporto qui sotto la versione ampliata e riveduta di un commento che ho lasciato in giro su qualche social a un post che prendeva di mira Michela Murgia per la sua posizione sul tema. A parte Michela Murgia – che tende a fare uscite un po’ provocatorie e incentrate sul suo personaggio, quindi direi di non metterla al centro del discorso e dell’universo a mo di fantoccio di paglia – ho letto sbrigativamente tutto il testo di questa (per me un po’ sgangherata) petizione ma intanto non si comprende bene nemmeno a chi essa sarebbe indirizzata.

Inoltre, sempre “dal basso”, si potrà dire che – per quanto capisca che trovarsi (già ora) lo schwa usato come se niente fosse in un concorso pubblico possa suscitare stupore e qualche legittima perplessità – i toni della stessa sono un tantino esagerati ed esasperati? Si parte subito con «pericolosa deriva», «incompetenti in materia linguistica», «promotori dell’ennesima follia», «rischio di arrecare seri danni», ecc. Ellapeppa. Fa un po’ impressione che così tanta gente che pare abbia aperto un paio di libri in vita propria condivida un documento impostato e scritto in modo così irriflessivamente livoroso (poi considerando il reale “rischio” che lo schwa si imponga sul serio – al di fuori della propria bolla, intendo – è un po’ come cercare di far fuori una zanzara con un bazooka). Tra l’altro, diciamocelo, costoro tatticamente sono poco furbi, perché queste discussioni polarizzano abbestia, quindi le file (sì, si dice così, è giusto) dei sostenitori dello schwa, che era una roba per nicchie, ancora quasi invisibile per molti, andranno inevitabilmente a ingrossarsi.

Mi pare in genere che manchino vere controproposte e ci si arrocchi solamente e conservativamente sulla difensiva e sul demonizzare o ridicolizzare l’avversario, che magari non è mosso da intenti tanto assurdi o insensati come si dice. Ok, il prescrittivismo linguistico, si sa, non gode di buona fama (ma gli esempi di organismi e iniziative prescrittive nazionali non mancano: insomma, non è fuori dal mondo come lo si dipinge, bensì qualcosa che già esiste e col quale, almeno in parecchi posti, si convive; e, soprattutto, alla fine il politicamente corretto, che si è affermato e ci influenza – è tenuto a usarlo in molti contesti anche chi lo disprezza – possiamo inserirlo in questo discorso; come dice RAV, di fatto «le università anglosassoni hanno conquistato il privilegio esorbitante dell’emissione del codice egemone»; per cui reputo la demonizzazione tout court del prescrittivismo come qualcosa di “ideologico” e un po’ fuori dalla realtà, o si tratta di una repulsione dovuta più a “fattori estetici” che ad altro). Ok, lo schwa è brutto a sentirsi (il povero John Peter Sloan perculava noi italiani incapaci nella pronuncia dell’inglese – lo scevà come si sa è il suono vocalico più diffuso in tale lingua – suggerendoci di pensare al rantolo emesso da un moribondo, o ‘na roba del genere… Assessora e architetta sono solo una questione di abitudine e di farci l’orecchio, e ok, ma qua mi sa che c’è poco da fare sul versante “estetico”) e per fortuna nella nostra bella lingua ancora, ufficialmente, non c’è. Ok, le parole sono certamente e nannimorettianamente molto importanti, ma forse in certe sette si tende un po’ a sopravvalutare e a sovraccaricare questo aspetto (per esempio, se uno esclama «porca pu*****» sicuramente potrebbe e dovrebbe evitare di farlo, ma insomma, può darsi pure che non sia Donato Bilancia redivivo e che non intenda mancare di rispetto alle prostitute, che poracce già fanno una vita terribile, o essere sessista; bensì semplicemente sfogarsi pavlovianamente, per imprecisati motivi e accadimenti suoi personali, tramite la prima locuzione random un po’ espressiva, colorita e diffusa che gli passa per la capoccia, senza dare alcun reale peso al significato letterale di quelle parole; nei fatti, è ormai solo una generica imprecazione, insomma; e, sì, purtroppo, causa secoli e secoli di patriarcato duro, per queste cose non ci sono corrispettivi maschili efficaci e usati dato che «porco gigolò» non rende; insomma, il “maschilismo linguistico” c’è eccome, e bisognerebbe fare qualcosa, ma anche attribuire chissà quale importanza cruciale all’uso di un singolo termine, come talvolta vedo fare, come se esso possa avere chissà quali effetti sulla mente e da esso dovessero dipendere i destini della nostra civiltà, è forse un po’ esagerato – la questione relativa ai cambiamenti sociali che l’adozione di politiche linguistiche contemporanee è in grado di generare e del quanto la lingua influenzi il nostro modo di pensare e determini la nostra struttura cognitiva è dibattuta e se ne potrebbe parlare parecchio, come sempre il cherry picking impera selvaggio tra le fazioni in lotta). Un punto a favore dei detrattori dello schwa sta nel fatto che questo suono non esiste nel sistema vocalico italiano e quindi nel parlato (la lingua è prima di tutto parlata, per questo l’asterisco è inconcepibile), e sarebbe davvero troppo complicato infilarcelo a forza: un «tuttə» verrebbe inevitabilmente interpretato da chi ascolta come «tutte». Ma basterebbe spingere sulla «u», che invece sarebbe inequivocabile, invece che sullo schwa. Certo, la «u» fa strano e darebbe luogo a una pletora di prevedibili battute, ma poi penso ci abitueremmo.

Ripeto: mi pare che un certo diffuso maschilismo e una certa “scarsa inclusività” morfologica della nostra lingua per com’è ora siano assolutamente innegabili, anche alla luce dei noti recenti e rapidi cambiamenti culturali, mediatici e sociali. Che uno può anche far finta di ignorare (ma magari così facendo alla fine ti vengono a prendere loro, a casa, mentre te lo stai sgrullando). Poi, per carità, si campa anche con le attuali distese di maschile sovraesteso. A questo proposito, sono il primo a perculare la retorica, portata all’eccesso, del «maschio bianco etero cis ecc.» che a sentire gli invasati non dovrebbe essere ammesso oggidì nemmeno a esternare un proprio autonomo parere sulle fette biscottate. Però rendiamoci anche conto che, ebbene sì, come tutti, abbiamo i nostri bei bias e guardiamo fondamentalmente ed egoisticamente a noi stessi e a ciò che ci riguarda direttamente. E quindi se appunto siamo maschibianchieterocis potrebbe essere per quello che certi aspetti del mondo non ci tocchino tanto e che sentiamo meno, a pelle, l’urgenza di cambiarli. A parte ciò, magari limitarsi a dire che questa è la lingua italiana usata in maniera corretta, è così e basta, non deve cambiare nulla, viva il misoneismo spontaneo del parlante naturale, questo non è cercare di cambiare l’italiano ma distruggerlo, le lingue servono alle genti per capirsi e se tocchi la minima cosa poi ci sarà chi avrà problemi insormontabili ad adattarsi, i dislessici azeri soffrono pene dell’inferno per via dello schwa, ecc. è un po’ riduttivo e non troppo lungimirante. Specie se questo tipo di visione viene da “progressisti” quali dicono di essere alcuni dei firmatari di questa bislacca petizione e in presenza di mutamenti sociali e culturali evidenti, che la lingua in qualche modo dovrà pure cercare di descrivere e rappresentare, prima o poi, se vuole evolversi e “rimanere sul pezzo”, com’è sempre stato; quindi donne sempre più presenti in àmbiti lavorativi un tempo riservati agli uomini, emersione di persone non binarie, ecc. Ma poi a pelle, da uomo, non ho mai ben capito perché dovrei dire «bambini» per indicare un gruppo di pargoli composto magari da nove elementi di sesso femminile e un solo maschietto: mi è sempre sembrata una roba un po’ ingiusta e malfatta, e pure un po’ WTF; peraltro è come se le potenzialità di una lingua, così “grezza” e “imprecisa” nel descrivere certe situazioni reali quando con poco sforzo si potrebbe fare di meglio, venissero ampiamente sottosfruttate; da appassionato, mi piace scovare lingue più o meno esotiche che invece si danno da fare in questo senso e vanno più nel dettaglio, riuscendo a esprimere e a descrivere efficacemente certe diversità e sfumature; sì, lo so che in italiano esistono già opzioni quali «tutte e tutti», ma insomma, non sono proprio comodissime)(sento già l’obiezione «il cambiamento deve venire spontaneamente dal basso, dal basso, dal basso…»: raga, se aspettiamo che l’esigenza di far partire la discussione parta dal boomer sessantenne per il quale le ingiustizie della vita sono DAZN che gli si vede sgranato in 4K e il rigore contro la Juve non c’era, campa cavallo). E si sopravvive pure con, che so, i figli che continuano a prendere in automatico il cognome del padre (ma forse, dato che non stiamo vivendo nella prima stagione di Mad Men, non è una cosa bellissima a vedersi, tra l’altro la Corte Costituzionale ha bofonchiato in proposito). Insomma, anche solo a livello simbolico (se vogliamo tenerci bassi per quanto riguarda determinismo e relativismo linguistico, e dintorni, così come sul valore scientifico attribuibile agli studi sulla lingua, probabilmente con troppi margini di errore e influenzabili dalle più disparate variabili) questi aspetti, retaggi del patriarcato, qualcosa contano. Non sarà magari il primo problema al mondo, ma non vedo così scandaloso almeno parlarne. Possibilmente in maniera più costruttiva e matura che lanciando improbabili e un po’ deliranti petizioni.

Si dice che il mutamento linguistico è “pigro” (la gente non ha voglia di complicarsi la vita nel parlare) e avviene solo in modo inconsapevole. Anche queste obiezioni mi sanno di «eh, ma si è sempre fatto così…». Evidentemente c’è una fascia di società (bisogna vedere quanto può diventare ampia) che, nel 2022, questo bisogno di “complicarsi” il modo in cui si esprime lo sente, e lo sente per buone ragioni. Inoltre la storia che si percorre, linguisticamente, sempre la strada che comporta il minor sbattimento mi convince poco, visto il livello di raffinatezza e di complessità, talvolta apparentemente pure un po’ astrusa, raggiunto da varie lingue. E se, dai grugniti, si è arrivati a certe cose vuol dire che, come parlanti, non siamo poi così svogliati e passivi come taluni pretendono.

Naturalmente non ho la verità in tasca (dubito che, pur da esperti e studiosi, si possa averla su questi temi: alla fine sono poco più che opinioni e pareri personali, impressioni confortate da letture varie più o meno abbondanti e bilanciate, e influenzate dai propri bias e posizionamenti; per cui ci si illude che facendo o non facendo qualcosa si ottengano o meno poi certi risultati e riscontri nella realtà; nelle discussioni su questi argomenti ognuno porta a sostegno delle proprie tesi gli studi che confortano la sua posizione, solo quelli, mi raccomando, qualcosa si trova sempre, tirando la giacchetta alle varie salme illustri, tipo quella di De Mauro). Ovviamente sono consapevole del fatto che ci sono fior di linguisti per i quali non c’è bisogno di intervenire ingegneristicamente sulla lingua per riflettere i mutamenti sociali in relazione, per esempio, alla questione delle professioni in quanto sarebbe già in atto un processo di rifunzionalizzazione in senso neutro del maschile per i nomina agentis, quindi una neutralizzazione progressiva a parità di forma. Può essere, ma mi appaiono posizioni un po’ conservatrici (appena nascoste dietro l’indubbia competenza sfoggiata) proprie di chi, alla fin fine, non sembra avere così a cuore determinate questioni, dando generalmente l’idea di una certa insensibilità sociale associata a mancanza di empatia.

Esulando un po’ dalla linguistica, mi pare gustosa e interessante la provocazione di chi scorge in tutto ciò una certa tendenza della sinistra (sempre più, nei fatti, guidata e agitata dallo storytelling woke) a una sorta di iperburocratizzazione e iperlegificazione della realtà, fissando quindi un numero sempre crescente di regole e regolette – perlopiù appositamente astruse – delle quali l’uomo comune faticherebbe perfino a vedere il senso, in modo da poter plasmare meglio gli appartenenti alla propria tribù, ai quali chiede, ottenendola, cieca obbedienza su faccende imperscrutabili, e contare facilmente i fedeli alla propria confessione religiosa. Trovo che possa esserci forse un fondo di verità anche in questi punti di vista così “scorretti” (si sarà intuito ma la polarizzazione selvaggia in atto non mi entusiasma, così come il ragionare per dicotomie e il clima da «o con noi o contro di noi, clang clang» imperante). Insomma, lo schwa, oltre a essere una questione linguistica, è, ovviamente, anche l’ennesima bandierina contesa dalle parti intente perennemente a scannarsi su tutto (vedo peraltro linguisti e linguiste, e aspiranti tali, lanciarsi selvagge accuse di voler ottenere visibilità e consensi col loro posizionamento e con i contenuti che sfornano sul web: naturalmente è proprio così, ma vale da entrambe le parti; chiaramente questa non è l’unica motivazione che spinga queste persone a sbattersi così tanto). Resta il fatto che affidarsi a quello che pensa o sente “l’uomo comune” non è che storicamente si sia mostrato come la via migliore per perseguire il progresso sociale. In altre parole, questa tendenza, che spesso pure io trovo eccessiva, magari anche molesta, a voler regolare ogni più infimo aspetto della realtà nei dettagli fa indubbiamente in qualche modo parte del DNA “della sinistra”, e ovviamente chi appartiene alla parrocchia liberale o conservatrice o qualunquista la vive male. D’altra parte il laisser faire (in tutti i campi) e il richiamo al mitico buonsenso dell’uomo medio, o “normale”, chissà come mai dubito porteranno per esempio al miglioramento delle condizioni delle minoranze maltrattate e bullizzate. Ammesso che per questi che la pensano così il problema esista.

Concludo lasciando un paio di link comunque interessanti, dedicati a quelli che «il cambiamento deve venire dal basso» (sì, ma chi sta almeno un po’ “in alto” e ha qualche strumento in più può legittimamente stimolarlo e avviare il dibattito). Da Gaia Berruto: «In Italia discutiamo di asterischi e schwa e assenza di pronomi neutri, ma nel mondo sono migliaia le lingue che vivono le stesse sfide. Uno speciale, anche graficamente molto bello, di Reuters sul tema del linguaggio binario»: https://graphics.reuters.com/GENDER-LANGUAGE/LGBT/mopanqoelva/index.html

New gender-neutral pronoun likely to enter Norwegian dictionaries: https://www.theguardian.com/world/2022/feb/02/new-gender-neutral-pronoun-norwegian-dictionaries-hen-official-language